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La Terapia della Gestalt incarna una visione umanistico-esistenziale della persona che ha tra i suoi punti cardine l‘edificazione del senso di Sé in relazione all’ambiente circostante. Nelle zone che potremmo definire di frontiera tra interno ed esterno il soggetto definisce i cosiddetti confini personali, che funzionano secondo modalità anche molto differenti tra un individuo e l’altro.

I confini ci dicono molto sulla persona e su come questa regola i propri rapporti con il mondo che la circonda. In qualche modo, possiamo dire che accendono un faro sul suo stesso passato e su alcune dinamiche prevalenti dell’infanzia.

In natura nessun organismo esiste nel vuoto, e tutto ciò che lo circonda fornisce un contributo attivo nella strutturazione della sua psicologia e della percezione stessa di esistere come un’entità separata dal resto.

L’ambiente sveste quindi i panni dell’oggetto passivo e sale sul trono di un attore decisamente prezioso, che contribuisce alla modellazione della struttura della persona, alla stessa stregua di un vaso d’argilla che viene generato su un tornio per mezzo di ripetuti passaggi in serie.

La Psicologia della Gestalt ci fornisce molte teorie e modelli di lettura. Uno di questi ha teorizzato la presenza di una membrana semipermeabile che governa la frontiera tra Sé ed ambiente.

Nell’articolo ti illustrerò il concetto di confini personali, passando poi a vedere le 6 possibilità principali di funzionamento della membrana nella teoria della Gestalt. Mi soffermerò, in particolare, sulla confluenza, sull’introiezione, sull’egotismo, sulla proiezione, sulla retroflessione e sulla proflessione (con un breve cenno anche alla deflessione).

Al termine della lettura ti sarà chiaro qual è il tuo schema prevalente, ad esempio all’interno della struttura della famiglia o nella relazione con il tuo partner. Per poter intervenire dal punto di vista psicologico è infatti indispensabile comprendere prima le modalità di confini personali che il paziente ha adottato, seppur a livello inconscio o automatico.

I confini personali: cosa sono e qual è il loro ruolo fondamentale nella psicologia

I confini personali rappresentano i limiti che ciascun individuo stabilisce, consapevolmente o meno, nelle proprie relazioni ed interazioni con gli altri e con l’ambiente circostante.

Questi confini svolgono un ruolo fondamentale nella psicologia umana. Da un lato sono indispensabili, dal momento che l’interazione con un ambiente complesso non può che prevederli, ma dall’altro esercitano un’influenza diretta sul benessere emotivo e sull’equilibrio psichico della persona.

Quando i confini sono chiaramente definiti e rispettati, contribuiscono a creare un senso di sicurezza e a rinforzare la percezione di sé stessi. D’altra parte, confini troppo rigidi possono ostacolare la connessione con gli altri, l’empatia e l’intimità, mentre confini troppo labili, evanescenti e permeabili possono portare a continue intromissioni, vulnerabilità e stress.

La persona con confini deboli potrebbe prediligere la riduzione della frequentazione degli altri, rischiando di cadere in un eccessivo isolamento che ha quasi un sapore “preventivo”. Può diventare sfibrante anche una telefonata con un venditore se non si è interessati all’acquisto del relativo prodotto o servizio, oppure la prosecuzione di una relazione di amicizia con una persona che non porta la giusta considerazione per gli spazi dell’altro.

I confini personali fungono infatti da filtro tra il sé e il mondo esterno, consentendo di navigare con efficacia tra le svariate sfide della vita quotidiana.

Una bassa autostima e un’immagine di sé svilente sono quasi sempre associate a confini poco definiti, all’incapacità di far rispettare i propri bisogni e di saper dire di no. All’opposto, una solida percezione di sé favorisce l’edificazione ed il mantenimento di confini strutturati, dove la persona è in controllo delle interazioni e degli scambi che mette in campo rispetto agli altri e all’ambiente esterno.

Non si può essere al comando della propria vita senza dei sani confini.

I confini personali sono direttamente connessi alla capacità di dire di no, che in qualche modo ne rappresenta un termometro efficace.

La teoria del Sé nella psicologia della Gestalt

La Terapia della Gestalt vede come principio cardine il concetto di struttura-forma, che tradizionalmente fa riferimento alla psicologia della percezione in cui l’insieme supera la semplice sommatoria degli elementi che lo costituiscono.

Alcuni temi fondanti della visione gestaltica sono: l’importanza del tempo presente (il Qui-ed-Ora) rispetto alla focalizzazione sul passato; il ruolo rilevante del corpo e del suo linguaggio; una propensione per la sintesi delle parti rispetto ad un approccio analitico e scompositivo; la messa in discussione della dinamica del transfert psicologico come modalità di evitamento di una connessione più diretta tra paziente e psicoterapeuta, nonché una nuova lettura dei meccanismi di difesa della psiche.

Il fondatore della psicoterapia gestaltica, Fritz Perls, ha dipinto forse per la prima volta una visione olistica dell’individuo collocato all’interno del proprio ambiente. Nella terza ed ultima parte dell’opera dal titolo “L’io, la famel’aggressività” Perls propone un approccio di lavoro che orienta l’attenzione del lettore verso l’importanza del presente, il silenzio interiore, l’ascolto profondo e la focalizzazione sui vissuti corporei, vero e proprio teatro di manifestazione dell’inconscio.

Uno dei concetti cardine della terapia della Gestalt è la teoria del Sé, che riconosce l’importanza cruciale rivestita dall’ambiente nell’edificazione del proprio senso di esistere separato dall’esterno.

Secondo questa prospettiva psicologica, il Sé non rimane un’entità isolata, bensì un sistema complesso che interagisce dinamicamente con l’ambiente circostante. Il processo di formazione del Sé si dipana attraverso le esperienze e le interazioni quotidiane, dove figura e sfondo si intrecciano per dare forma alla nostra identità.

In quest’ottica, l’apprendimento non significa interiorizzare nozioni, ma modellare la propria personalità, dandole una forma. 

La Gestalt sostiene che il Sé sia in continua evoluzione, con la capacità innata di cercare significato e coerenza nelle proprie esperienze. La terapia gestaltica, dunque, mira a promuovere l’integrazione e la consapevolezza di sé, incoraggiando l’individuo ad esplorare le parti spesso disconnesse della propria esperienza.

La membrana semipermeabile come confine dell’Essere

Nella teoria del Sé nella Psicoterapia della Gestalt, la metafora della membrana semipermeabile ci offre una prospettiva interessante sulle dinamiche psicologiche interne e sugli scambi con il mondo circostante.

Possiamo immaginare il Sé come dotato di una membrana che circonda e delimita la nostra interiorità emotiva e cognitiva, creando un vero e proprio territorio di frontiera tra interno ed esterno, tra Sé ed ambiente.

Questa membrana, assimilabile ad una sorta di confine emotivo, non è del tutto impermeabile, ma semipermeabile.

Se vogliamo dare una definizione teorica di membrana semipermeabile, quest’ultima è una membrana naturale o artificiale che permette il passaggio selettivo del solo solvente ma non del soluto oppure, in casi diversi, lo spostamento da un compartimento ad un altro solamente di certi ioni o molecole.

Tornando alla dimensione psicologica, ciò significa che consente (e, allo stesso tempo, modula) il flusso di energia, informazioni, stimoli ed esperienze tra il proprio mondo interno e quello esterno. In termini semplici, regola gli scambi nelle zone di frontiera tra il Sé e l’ambiente. In ogni caso, questa permeabilità non è sempre la stessa, e può variare in misura significativa a seconda del contesto specifico e dei modelli messi in campo dalla persona.

Come facilmente intuibile, una permeabilità eccessiva espone l’organismo ad assorbire dall’ambiente sia elementi positivi che potenzialmente dannosi, dato che il filtro sostanzialmente è ridotto o non operativo.

All’altro estremo, un’impermeabilità altrettanto indiscriminata va a limitare fortemente tutta quella serie di scambi che invece sono indispensabili per l’adattamento e la crescita dell’organismo, che non può svilupparsi nel vuoto.

Gli stimoli e le impressioni che provengono dall’ambiente esterno sono infatti un nutrimento irrinunciabile per la macchina biologica umana. Georges I. Gurdjieff, un filosofo e mistico di origine greco-armena vissuto a cavallo tra Ottocento e Novecento, le ha definite come uno dei tre nutrimenti vitali dell’essere umano, oltre all’aria e al nutrimento fisico. A differenza di quanto accade con il cibo, senza le impressioni un organismo morirebbe quasi all’istante.

L’interazione tra l’organismo e il suo ambiente rimane un concetto cardine sia per l’edificazione del Sé che per il suo stesso funzionamento nelle varie fasi della vita.

Il confine (frontiera/contatto) tra il mondo psichico interno e quanto si trova fuori è un elemento cruciale per comprendere lo schema di interazione.

Vi è, comunque, un numero limitato di possibilità osservabili di scambio. Nel linguaggio della Gestalt troviamo sostanzialmente queste 6 modalità interattive: la confluenza, l’introiezione, l’egotismo, la retroflessione, la proiezione e la proflessione.

La confluenza: i confini deboli dove tutto entra

Il primo schema è la confluenza, dove la membrana è iper-permeabile. Questa condizione risulta del tutto fisiologica ed essenziale nei primissimi anni di vita e anche nelle fasi iniziali di crescita del feto. Possiamo vederla come una recettività indiscriminata, dove passa tutto senza particolari filtri.

Nel mondo adulto questo si rende rapidamente disfunzionale nel momento in cui l’organismo si trova inserito in un ambiente negativo, da cui non sarà quindi in grado di difendersi, differenziarsi o individuarsi.

Nelle strutture sociali confluenti i confini delle singole persone vengono trascesi in nome della collettività, del gruppo, della famiglia o perfino della setta. L’auto-affermazione risulta ardua e sfavorita in virtù di un’entità sovrapersonale che schiaccia l’individualità.

L’introiezione: quando uno schema esterno può radicarsi in noi

Nel percorso evolutivo, dopo la confluenza troviamo l’introiezione, favorita dalla recettività indiscriminata che abbiamo visto nel primo modello. Tutto può entrare nel mondo psichico e qui insediarsi, mettendo radici robuste.

Gli introietti possono avere sia una valenza positiva che negativa, instillando delle voci interiori, convinzioni, idee altrui, comandi mentali, modalità di visione di noi stessi che polarizzano il nostro sentire e possono sostituirsi a noi nel prendere le decisioni.

Ad esempio, un introietto positivo che rinforza la percezione dei risultati ottenuti con il proprio lavoro funzionerà come immunizzante rispetto ad un possibile insulto svalorizzante.

D’altro canto, un introietto negativo che urla (spesso, più subdolamente, sussurra) in continuazione che la persona non ce la può fare, che non è all’altezza, che non se lo merita, lavorerà come un tarlo che la logora e la svuota di energie vitali.

Soprattutto un introietto negativo lascerà molti dei nostri bisogni insoddisfatti, impedendo il naturale ciclo di emersione di un bisogno o desiderio ed il suo successivo soddisfacimento.

Se non si interviene a livello terapeutico, il materiale introiettato ci accompagnerà per tutta la vita.

L’egotismo: la costruzione di argini difensivi

L’egotismo, inteso come un eccessivo amore e attenzione verso il proprio io, porta con sé una chiusura selettiva e rimane fondamentale per la strutturazione dell’individuo, almeno in determinate fasi della vita.

Possiamo vederlo anche come la capacità di dire di no, di edificare un sano confine rispetto agli altri, di uscire da un modello simbiotico che funziona solo finché ci si trova all’interno dell’ambiente materno.

Qui la chiusura della membrana è in entrata, mentre le interazioni in uscita continuano ad essere operative.

In molti casi, l’egotismo sorge da una fragilità interna mascherata da una facciata di sicurezza. Gli argini difensivi diventano così una sorta di corazza emotiva, eretta per proteggere l’individuo dalle minacce percepite. Questi argini possono assumere forme varie, come un atteggiamento costante di autocelebrazione o la tendenza a minimizzare le opinioni e le esperienze degli altri.

La retroflessione: la chiusura degli scambi in uscita

Un altro schema è quello della retroflessione, dove la chiusura della membrana non si manifesta tanto in entrata, come nell’egotismo, ma in uscita sull’asse individuo –> ambiente.

L’individuo che tende a retroflettere finisce con il tracciare un’efficace linea di confine fra Sé e il territorio esterno.

Dal momento che il flusso di energie in uscita viene ripiegato nuovamente verso l’interno, il soggetto si trova a rapportarsi con sé stesso nel medesimo modo in cui in origine avrebbe voluto trattare le altre persone.

Le energie sono dirette all’interno e non sono impiegate nel tentativo di agire sull’ambiente anche in senso manipolatorio al fine di soddisfare i propri bisogni. Nella retroflessione gli impulsi sono contenuti e la loro espressione è in genere ritardata nel tempo.

Una retroflessione implica una spaccatura della personalità in due parti, di cui una attiva e una passiva. In questa dinamica la funzione Io non risulta danneggiata, dal momento che possiamo vedere come l’Io sbagli semplicemente direzione.

È come lanciare una pallina di gomma contro un muro e vederla inevitabilmente rimbalzare e tornare indietro contro l’Io.

Le forme di retroflessione più importanti sono: un flusso di odio diretto contro sé stessi (che può portare all’autodistruzione e ad ideazioni suicidarie), il narcisismo e una forma estrema di autocontrollo, che potremmo definire super-controllo.

La proiezione: l’affidamento all’altro del compito di farci vedere una parte di noi

Nella proiezione, di cui ho già parlato estesamente in un altro articolo, alcuni elementi della psiche vengono spostati dal Sé ad una persona del proprio ambiente, in genere in seguito ad un meccanismo di inaccettabilità o impossibilità di accoglimento.

Tutto ciò che non mi permetto di vedere e accettare dentro di me, finirò con il ritrovarlo proiettato sugli altri e da loro agito.

È assimilabile ad uno spogliarsi di parti di Sé percepite come inaccettabili, che deriva spesso dalla presenza di introietti disfunzionali. La proiezione trae la sua origine infatti dalla mancata assimilazione delle componenti introiettate. Possiamo vedere quindi come si instauri un circolo vizioso tra introiezione e proiezione.

La proiezione va a sottrarre alla personalità le principali funzioni di contatto dell’Io. La persona che proietta tende a svuotarsi, a perdere energie e, in ultima analisi, ad impoverirsi.

Un aspetto positivo, che peraltro complica la rappresentazione del funzionamento della membrana in questo contesto, risiede nella capacità di prevedere e anticipare i comportamenti e reazioni dell’altro proprio alla luce della facoltà di mettersi nei suoi panni e di vedere il mondo con i suoi occhi (identificazione proiettiva).

La proflessione: una dinamica ibrida

L’ultimo modello è quello della proflessione, che possiamo vedere come un ibrido tra proiezione e retroflessione. È stato definito come una “manovra in cui qualcuno fa ad un’altra persona qualcosa che vorrebbe gli fosse fatto”.

Per certi versi può essere vista come l’opposto della retroflessione, dato che implica un’eccessiva permeabilità in uscita, che può portare con sé come corollari una smodata impulsività e il differimento del soddisfacimento dei bisogni interni.

Il ciclo del contatto in Gestalt: come andiamo a soddisfare i bisogni che emergono

Abbiamo appena visto le 6 tipologie possibili di esperienze di contatto, ovvero modalità specifiche di interazione e scambio del Sé con il campo energetico e relazionale che lo circonda.

In connessione a questi modelli possiamo individuare altrettanti meccanismi di interruzione del cosiddetto ciclo del contatto, teorizzato da Fritz Perls, Ralph Franklin Hefferline e Paul Goodman per descrivere le modalità di emersione di un bisogno o desiderio e la successiva attivazione del Sé per soddisfarlo, in un ciclo ben preciso e scandito.

Un’interruzione del ciclo del contatto lascerà inevitabilmente dei bisogni insoddisfatti, che Perls ha definito come una gestalt aperta che rimarrà in primo piano (figura) ed impedirà ad altri bisogni di emergere dallo sfondo.

Ogni esperienza interrotta e non portata a termine occupa spazio dentro di noi, lasciando altri bisogni o desideri del tutto inascoltati ed insoddisfatti e deteriorando la funzione di contatto sano con noi stessi, con gli altri e con l’ambiente che ci circonda.

La deflessione in psicologia: quando si evita di prestare attenzione al proprio bisogno

Oltre ai 6 disturbi del ciclo del contatto visti sopra, possiamo citare qui anche la deflessione, individuata da Erving e Miriam Polster come una manovra per sottrarsi al contatto diretto con l’ambiente, smorzando l’intensità dello stimolo che arriva dall’esterno o la percezione di un bisogno o sensazione che emerge da dentro.

Una persona che deflette tende a mettere in campo atteggiamenti quali parlare troppo, ridere smodatamente durante una conversazione, evitare il contatto diretto con lo sguardo dell’interlocutore, rimanere vaga e astratta piuttosto che dettagliata e specifica, nonché tendere a banalizzare concetti anche importanti.

Come riconoscere il modello di funzionamento dei propri confini personali

È importante ricordare che ciascun modello presenta dei punti di forza ed altri che invece necessitano di attenzione ed eventualmente di una correzione se diventano troppo esasperati o estremi.

Non vi è di per sé uno schema migliore degli altri.

Come per tutti gli ambiti del lavoro psicoterapeutico, la consapevolezza assume un ruolo fondamentale anche in questo contesto. Essere coscienti dello specifico modello di funzionamento della nostra membrana semipermeabile e dei nostri confini personali ci permette di comprendere come reagiamo agli stimoli esterni e il perché lo facciamo proprio in quel modo.

Nella teoria della Gestalt, la direzione diventa quella di integrare pienamente le esperienze, comprendendo allo stesso tempo il nostro schema primario di interazione con l’ambiente. La meta ultima consiste nel trovare un equilibrio tra l’essere aperti alle molteplici esperienze e stimoli in ingresso e il mantenere la chiarezza del confine del Sé.

Vivere pienamente nel mondo, ma coscienti di Sé, senza smarrire la coscienza di esistere.

La metafora della membrana semipermeabile nella Gestalt ci offre sicuramente un modello affascinante e molto efficace per rappresentare la complessità dell’essere umano e delle sue dinamiche relazionali.

Grazie a lei possiamo, senza dubbio, comprendere più a fondo il nostro funzionamento psicologico e mettere a fuoco in maniera diretta dove è opportuno intervenire per rimodulare determinati schemi e renderli più funzionali in relazione ai nostri obiettivi e al nostro equilibrio interiore.


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Foto professionale della Dott.ssa Elisa Scala, medico psicoterapeuta a Novara
Ricevo a Novara e online

Medico psicoterapeuta

Sono iscritta all’Albo Professionale dei Medici dall’anno 2008, ed esercito la professione di Psicoterapeuta sia per mezzo di sedute online (via Zoom o Skype) che in presenza nel mio studio privato vicino al centro storico di Novara.

Perché medico psicoterapeuta?

Associare la Specializzazione in Psicoterapia della Gestalt alle conoscenze e all’esperienza di Medico mi permette di comprendere più aspetti dei disagi interiori delle persone che decidono di intraprendere un percorso di psicoterapia con me.

Questo porta a risultati tangibili per il paziente in termini di salute, benessere e serenità nella propria vita, il tutto in tempi mediamente più brevi rispetto alla psicoterapia tradizionale e senza limitarsi a quella che potrei definire come “terapia dell’ascolto”.

Dott.ssa Elisa Scala, medico psicoterapeuta a Novara