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La sindrome rancorosa del beneficato, anche detta più semplicemente sindrome del beneficato (o beneficiato), è una condizione in cui una persona che ha ricevuto un aiuto o supporto concreto, trovandosi nella condizione di non poter ricambiare, inizia a manifestare rancore e ingratitudine verso chi l’ha aiutata invece di riconoscenza e ringraziamento.

Questo ci aiuta a comprendere più in profondità le dinamiche dell’ingratitudine in psicologia.

Hai infatti mai avuto l’impressione di fare sempre tanto per gli altri, di prodigarti in maniera molto generosa anche per persone che non ti sono strettamente legate, ma di non ricevere mai abbastanza in cambio o, addirittura, di non vedere nemmeno riconosciuto quello che hai fatto?

Ti è capitato che qualcuno a cui hai offerto il tuo aiuto ti abbia poi addirittura voltato le spalle, iniziando a parlare male di te in giro o a trattarti con rancore e fastidio?

Al contrario, ti senti a disagio quando qualcuno cerca di darti qualcosa o di aiutarti in qualche modo, e ti senti in dovere di ricambiare a tutti i costi?

Se hai risposto di sì ad almeno una di queste domande, tu o l’altra persona coinvolta potreste essere affette dalla sindrome rancorosa del beneficato.

Questa sindrome rappresenta un disturbo molto insidioso che si può annidare alle radici dei rapporti interpersonali. Se non riconosciuta, agisce nell’ombra e arriva a minare relazioni anche di lunga data che sembravano avere una solida reciprocità.

In questo articolo esplorerò le cause sottostanti, la psicologia, le manifestazioni e le conseguenze più impattanti della sindrome rancorosa del beneficato, soffermandomi anche sui 3 profili di beneficato rancoroso e sulle migliori modalità per reagire all’ingratitudine.

Prima di concludere ti fornirò alcuni suggerimenti e spunti pratici, applicabili fin da subito, su come liberarti dalla tossicità delle relazioni basate sull’aspettativa.

Sindrome rancorosa del beneficato, psicologia e modalità di manifestazione

La sindrome rancorosa del beneficato (o beneficiato), anche detta più semplicemente sindrome del beneficato, rappresenta una dinamica peculiare che si innesca tipicamente quando una persona che ha ricevuto un aiuto o supporto specifico si trova nella condizione, a volte suo malgrado, di non essere in grado di accettarlo o di ricambiare.

Non solo, ma il sentimento di gratitudine che sarebbe del tutto normale (e auspicabile) viene rimpiazzato da una dinamica di rancore, in cui la persona beneficata ristruttura mentalmente il tipo di aiuto che ha ricevuto, finendo con l’entrare in un loop cognitivo di svalutazione dell’altro e del suo contributo. E, tra l’altro, si trova quasi costretta a fare così per evitare che insorga in lei un disagio troppo forte.

Sai perché le persone non riconoscono quello che fai per loro?

In genere vale questa regola: maggiore la minimizzazione dell’aiuto ricevuto, minore la percezione del disagio da parte del beneficato.

Si parla, a tutti gli effetti, dell’incapacità di reggere il peso della riconoscenza.

Ricorda questo principio base: moltissimi meccanismi psicologici, tra cui anche quelli di difesa, servono per minimizzare la percezione di un disagio interiore. E la sindrome rancorosa del beneficato non fa eccezione, per quanto si tratti di un disagio che può sembrare anomalo o addirittura falso per colui che non si trova dall’altra parte.

Per molti versi, la sindrome del beneficato rappresenta quindi l’ingratitudine all’ennesima potenza. E questo senza che gli ingrati “beneficati” possiedano la struttura interiore, la forza, la centratura necessaria, la decisionalità e, in molti casi, perfino l’onestà di rendersi conto di questa dinamica.

Al posto della gratitudine vi è quindi il rancore, sordo e ingiustificato (nella maggior parte dei casi covato nella piena inconsapevolezza), a cui può seguire un senso di colpa se il beneficato in un secondo momento dovesse diventare cosciente di questa sindrome.

Non è difficile, alla luce di quanto visto, arrivare a comprendere che la sindrome del beneficato può mettere a dura prova le relazioni interpersonali.

I beneficati ingrati coltivano dentro di sé sentimenti negativi verso i loro benefattori.

Come ripeterò più volte nel corso dell’articolo, questa condizione si snoda su sue fronti, quello del beneficato e quello del benefattore. Il beneficiato stesso, anche quando non impegnato direttamente in una di queste polarità, avrà caratteristiche psicologiche ben precise che tirerà fuori anche in altri contesti.

La psiche umana, infatti, non funziona a compartimenti stagni. Tutto è collegato, anche in maniera complessa.

Le manifestazioni di questa sindrome includono la tendenza a fare di più per gli altri di quanto si faccia per sé stessi, la difficoltà nel ricevere senza poi sentirsi in colpa, oltre al senso di frustrazione e rabbia quando gli altri non ricambiano i propri sforzi in modo adeguato.

L’ingratitudine è sempre una forma di debolezza?

L’ingratitudine arriva spesso ad essere vista come una forma di debolezza o di mancanza di carattere, ma la realtà è molto più articolata.

Nell’ottica della psicologia, l’ingratitudine può avere radici diverse, tra cui fattori individuali, culturali e sociali.

In alcuni casi, l’ingratitudine può essere il risultato di un profondo disagio interiore o di esperienze passate deludenti che hanno influenzato le modalità con cui la persona percepisce gli altri e il mondo in generale. Alcuni individui potrebbero poi avere difficoltà a riconoscere ed apprezzare il bene che gli altri fanno per loro, non perché siano ingrati per natura, ma perché per una serie di ragioni si sono trovati nella posizione di non poter ricambiare e non vogliono trovarsi in una condizione di inferiorità o di dipendenza dagli altri.

In fondo, si tratta del meccanismo polare del credito-debito traslato nel campo della psicologia. Se ho un debito che non riesco a saldare, la tentazione spesso inconscia è quello di smantellare la percezione stessa del debito, arrivando al paradosso di rivoltarmi contro colui che mi ha teso la mano.

Possiamo quindi vedere come l’ingratitudine nella psicologia umana possa derivare da una sorta di desiderio o bisogno di autoprotezione, per quanto distorto.

In ogni caso, le dinamiche che accompagnano l’ingratitudine forniscono diversi spunti preziosi per un’esplorazione psicologica.

Le cause sottostanti alla sindrome del beneficato e come affrontarle

La sindrome del beneficato è caratterizzata da diverse cause sottostanti che possono essere complesse e dipendere dai particolari vissuti e dalle relazioni interpersonali della persona.

I soggetti affetti da questa sindrome hanno spesso subìto traumi psicologici o esperienze di vita difficili, arrivando quindi a cercare di ottenere il controllo sulle loro vite attraverso l’aiuto degli altri.

Da un certo punto di vista, la sindrome del beneficiato rappresenta una dinamica di difesa della persona, che può avere, a sua volta, paura di ricambiare l’aiuto ricevuto, oppure di aprirsi alla gratitudine perché magari è stata esposta a cocenti delusioni o a ferite emotive che l’hanno segnata in maniera percettivamente indelebile.

Se l’evento traumatico ha radici nell’infanzia, risulta poi ancora più difficile riconoscere il dolore associato e mandare la dinamica in risoluzione.

Questo tipo di approccio può portare facilmente allo sviluppo di relazioni tossiche basate sull’aspettativa e sulla dipendenza emotiva. La sindrome del beneficato è una delle dinamiche più insidiose alla base di rapporti interpersonali sbilanciati e frustranti.

Per affrontare al meglio questa sindrome, come per tutte le dinamiche psicologiche, bisogna innanzitutto individuare le sue radici e poi andare a lavorare sui vissuti della persona che ne stanno alla base. Quando sono coinvolti specifici comportamenti, è quasi sempre necessario applicare anche modalità correttive particolari.

Sindrome del beneficato vs. altruismo sano: come distinguere tra i due

La sindrome del beneficato e l’altruismo sano possono essere facilmente confusi, pur essendo due concetti molto diversi.

Come stiamo vedendo in più punti nell’articolo, questa sindrome interessa sia il benefattore che il beneficato ingrato, con dinamiche per molti versi complementari.

L’altruismo sano si basa sulla volontà di aiutare gli altri senza aspettarsi nulla in cambio, ma solo per il piacere e la disposizione a farlo, mentre la sindrome del beneficato dal lato del benefattore scaturisce spesso da una tendenza a fare qualcosa per gli altri solo per sentirsi apprezzati, amati o accettati.

Nella sindrome del beneficato, il benefattore si sente obbligato ad agire e diventa irritato o rancoroso quando il suo sforzo non viene riconosciuto o apprezzato come desiderato.

“La sindrome rancorosa del beneficato è il risultato di un processo distorto di scambio emotivo: l’altro si sente in debito con te e, anziché provare gratitudine, prova rancore.”

Lucia Giovannini

Come abbiamo visto, piccoli favori o aiuti, a volte anche banali, cioè cose che dovrebbero puntellare le basi di un rapporto sincero di amicizia e gesti che dovrebbero essere i fondamenti delle relazioni interpersonali, possono addirittura arrivare a ritorcersi contro chi ha avuto la generosità di metterli in campo.

Questo sbilanciamento produce a tutti gli effetti un “debito di riconoscenza” che per una serie di ragioni non può essere ripagato, e in questo caso l’atto del ricevere può divenire un peso di cui il beneficato sente addirittura il bisogno di liberarsi.

Questo tema, che ha implicazioni non solamente psicologiche, riveste un’importanza tale nel contesto delle relazioni umane che ne ha parlato perfino la Polizia di Stato (qui l’articolo che descrive questa sindrome).

È importante capire la differenza tra altruismo vero e sindrome del beneficiato per poter sviluppare un comportamento generoso e sano, che porti a relazioni interpersonali appaganti, senza aspettarsi una gratificazione o un riconoscimento costante.

Le 3 tipologie di beneficato rancoroso

Anche se la sindrome del beneficato presenta dei tratti fondamentali comuni, è possibile individuare almeno 3 profili distinti del beneficato ingrato.

1) Il beneficato vendicativo. Per certi versi è il peggiore o, quantomeno, quello più esplicito. Dopo aver ricevuto un favore da parte tua, inizierà a trattarti addirittura come se fossi il suo peggior nemico. Proverà in tutti i modi a minimizzare quello che hai fatto per lui o per lei. Una frase tipica che gli sentirete pronunciare è: “Io non gli ho chiesto assolutamente nulla e non avevo bisogno del suo aiuto. Se doveva farmela pesare in questo modo, allora era molto meglio che non facesse proprio niente”.

2) Il beneficato opportunista. Questo è un profilo un po’ più accomodante, dal momento che all’inizio sembra anche essere molto grato, almeno fino al punto in cui non avrà ricevuto tutto quello di cui sente di aver bisogno. In quell’istante ci sarà un cambio repentino, un voltafaccia doloroso. Il beneficato opportunista è furbo e manipolatorio, dal momento che farà leva sul senso di altruismo dell’altro e gli farà percepire di non aver ancora fatto abbastanza per lui. Quale sarà la conclusione? Farà in modo di farti venire profondi sensi di colpa, anche se sei tu ad avergli fatto un favore.

3) Il beneficato furbo. La strategia dell’ingrato furbo è piuttosto semplice, quasi elementare: ti chiederà favori fino a quando ne ha bisogno, e lo farà con un’insolita leggerezza che gli deriva da una disconnessione dalla componente emotiva associata a queste richieste. Alcune frasi tipiche saranno: “Cosa vuoi che sia dedicarmi solo un’ora del tuo tempo!”, oppure “Cosa vuoi che sia questo piccolo prestito per te! Tu stai bene economicamente!” Qui l’elemento di manipolazione è sempre molto accentuato, e questo tipo di beneficato tenterà in tutti i modi di sminuirti dopo che tu l’hai aiutato. 

Tirando le somme, la sindrome rancorosa del beneficato è un fenomeno che può portare molta frustrazione e disillusione nelle persone coinvolte. Conoscere e comprendere le tre tipologie di beneficati rancorosi può aiutare a mettere meglio a fuoco il problema e a gestirlo in modo più efficace.

La sindrome del beneficato vista dalla Dott.ssa Maria Rita Parsi

La sindrome rancorosa del beneficato è stata descritta in maniera molto dettagliata dalla psicologa e psicoterapeuta Maria Rita Parsi (docente, saggista, editoralista e anche membro del Comitato ONU sui diritti del fanciullo) in una delle sue pubblicazioni (Ingrati. La Sindrome Rancorosa del Beneficato, Mondadori 2011).

Secondo la Dott.ssa Parsi, la sindrome del beneficato (o beneficiato) è a tutti gli effetti una forma di patologia psicologica in cui la persona affetta è incapace di accettare e apprezzare i benefici e gli aiuti ricevuti dagli altri, in quanto percepisce questi atti addirittura come un’umiliazione e una perdita di potere personale.

Come spiegato da Parsi, la sindrome del beneficato si riferisce ad entrambe le parti, cioè chi ha offerto il proprio aiuto e si è prodigato nel farlo, e chi ha ricevuto l’aiuto e poi ha fatto finta di nulla o, ancora peggio, ha pugnalato alle spalle il proprio benefattore.

Chi sviluppa il sentimento dell’ingratitudine non vuole riconoscere ad altri il fatto di aver avuto bisogno, di essersi trovato in una situazione di impotenza, di subalternità. Così deve ‘eliminare’ il testimone di quel momento di debolezza, non ringraziandolo, o anche denigrandolo.

Maria Rita Parsi

Il beneficiato rancoroso tende in questo modo a nutrire un profondo senso di ingiustizia, sviluppando attacchi di rabbia e un senso di colpa che si manifestano in comportamenti di isolamento e di aggressività verso gli altri. Secondo Parsi, il rancore è spesso alimentato dalla paura della dipendenza e dalla difficoltà ad accettare la propria vulnerabilità, che porta la persona ad assumere una posizione di chiusura nei confronti del prossimo e a sabotare la propria capacità di entrare in empatia e ricevere/dare amore e sostegno.

L’ingratitudine è quindi solo uno dei modi per pagare i debiti.

Ed è il preferito dalle persone non riconoscenti perché è quello che senza dubbio costa meno.

“Non fare del bene se non hai la forza di sopportare l’ingratitudine.”

Confucio

Cambiare la mentalità della sindrome rancorosa del beneficato: come costruire relazioni più sane e soddisfacenti

Per superare la sindrome del beneficato, è importante iniziare a costruire relazioni interpersonali più sane e mature. Questo implica spesso la capacità di porre limiti precisi alle richieste degli altri, di imparare a dire di “no” e di prendersi cura di sé stessi.

“Il beneficato rancoroso può diventare un vero e proprio ‘vampiro emotivo’, che succhia via la tua energia e ti lascia con una sensazione di frustrazione e insoddisfazione.”

Maria Rita Parsi

Sto qui parlando anche dell’abilità di porre dei sani confini personali, che non può prescindere da una percezione diretta e il più possibile non filtrata dei propri bisogni profondi.

Come abbiamo già visto, questa sindrome si riferisce sia al beneficiato rancoroso che al suo benefattore, seppure con dinamiche per certi versi speculari.

E se ti trovi nella posizione del benefattore, come reagire all’ingratitudine?

La sindrome si manifesta anche nei soggetti che hanno l’abitudine di fare favori e si aspettano in cambio riconoscenza e gratitudine da parte degli altri. Nel momento in cui queste persone si sentono trascurate o ignorate, invece di esprimere apertamente la loro delusione o di rivedere il proprio atteggiamento, tendono a covare rancore e ad alimentare pensieri negativi verso coloro (i beneficati) che ritengono responsabili della loro frustrazione.

La domanda che in questo caso il benefattore deve porsi è: come reagire all’ingratitudine?

Come principio generale, è importante comprendere che la percezione del tuo valore personale non può, e non deve, dipendere dal riconoscimento ottenuto dagli altri, dal momento che è un fattore al di fuori del tuo controllo.

Dipendere da qualcosa che non controlliamo non è mai una buona idea, anche se lo facciamo spesso pur senza rendercene conto.

Con questo non ti sto dicendo di giustificare le dinamiche della sindrome del beneficato in un’altra persona che hai aiutato, ma di ridurre il grado di dipendenza psicologica dalla necessità che l’altro ti sia riconoscente e ti ringrazi per quello che hai fatto.

Già questo passaggio fa sì che parte del tuo potere personale ritorni in te, al centro del tuo essere. È come riappropriarti di un pezzo di potere che avevi trasferito all’esterno.

Lo scopo finale è di cercare relazioni interpersonali che siano basate sulla reciprocità e sull’appoggio ricambiato, piuttosto che sulla dipendenza emotiva, su modalità narcisistiche tossiche o su dinamiche di sottile manipolazione.

Un altro aspetto che può risultare molto utile per rispondere alla domanda su come reagire all’ingratitudine del beneficato è iniziare a riconoscere, almeno sul piano mentale, che le altre persone agiscono i propri meccanismi interiori e che, in alcuni casi, la mancanza di riconoscimento non è nemmeno intenzionale, ma semplicemente dettata da una certa loro impostazione psicologica.

Il vero aiuto o supporto che possiamo dare agli altri può iniziare ad essere svincolato dalla trappola dell’aspettativa, che genera spesso frustrazione. Se aiuto davvero, posso sentire il piacere dentro di me per quello che ho fatto, e la dinamica si può esaurire lì.

In questo ricordati di questo principio chiave:

Quello che diamo non sempre torna, ma quello che diamo è ciò che siamo.

Se l’appoggio dato è sincero, dimoriamo nella sensazione di piacere per quello che abbiamo fatto, sospendendo l’aspettativa ed il giudizio.

Come comportarsi con una persona rancorosa

Gestire interazioni con una persona che manifesta un forte rancore può risultare un compito fastidioso e persino intimidatorio, anche perché spesso quest’ultima mette in campo condotte passivo-aggressive. Queste situazioni si presentano quasi sempre come complesse e imprevedibili, lasciandoci incerti su come procedere.

In ogni caso, è importante ricordare che il comportamento da tenere con una persona rancorosa non deve necessariamente trasformarsi in una sfida insormontabile o sfinente.

Le persone rancorose non entrano in una modalità di conflitto solamente con noi, dal momento che è un loro specifico modo di relazionarsi con gli altri. Qualunque reazione o eventuale aggressione verbale nei nostri confronti non va mai presa sul personale.

In una fase iniziale, è fondamentale mostrare empatia e cercare di comprendere la motivazioni che si annidano dietro al rancore. Ascoltare attentamente le preoccupazioni della persona, se questa deciderà di aprirsi, può contribuire a creare una connessione profonda.

In secondo luogo, è bene evitare di alimentare ulteriormente il rancore attraverso comportamenti difensivi o provocatori. Mantenere la calma e rispondere in modo fermo ma pacato può contribuire a ridurre le tensioni.

L’utilizzo di alcune conoscenze di mediazione o negoziazione può rivelarsi molto utile. Nella maggior parte dei casi, infatti, il rancore si affievolisce nel momento in cui la persona si sente compresa.

Vale però sempre la regola dell’importanza di stabilire limiti sani e comunicare chiaramente i propri confini. Spiegare in modo rispettoso ciò che si è disposti a tollerare può contribuire a prevenire ulteriori conflitti o incomprensioni.

Come la psicoterapia olistica può aiutare a superare la sindrome rancorosa del beneficato

La sindrome rancorosa del beneficato può essere molto difficile da gestire e spesso richiede un trattamento terapeutico approfondito per superarla. Come ho descritto sopra, è un problema complesso che coinvolge molte sfaccettature della personalità di un individuo.

Esistono diversi approcci e orientamenti di psicoterapia disponibili nel mercato, che non sono da considerarsi come equivalenti tra di loro. Hanno, infatti, modalità di lavoro e finalità ben distinte.

Se da un lato la terapia cognitivo-comportamentale può essere un’opzione percorribile, la psicoterapia olistica offre una soluzione più efficace e duratura che mira ad integrare le diverse dimensioni della personalità, lavorando su mente, corpo, emozioni e spiritualità, con il fine ultimo di favorire un’armonia interiore e di ripristinare un benessere psicologico che dura nel tempo.

Attraverso l’esplorazione delle emozioni e dei pensieri inconsci, la psicoterapia olistica può aiutare i pazienti a comprendere le cause profonde della sindrome rancorosa del beneficato e dell’ingratitudine associata, sviluppando nuove strategie per gestirla.

In particolare, risulta molto utile affrontare vissuti e dinamiche specifiche, quali l’incapacità di ricevere, i comportamenti manipolatori e la difficoltà nel riconoscere i meriti al prossimo. Come ho descritto nell’articolo, questi comportamenti sono solo la punta dell’iceberg e nascondono ferite emozionali, piccoli e medi traumi psicologici e memorie emotive dolorose che vanno portate alla luce prima di poter essere trasformate.

La durata media breve della psicoterapia olistica fa sì che possa essere un’opzione attraente per coloro che cercano un trattamento più rapido e mirato, evitando di ristagnare per troppo tempo in un percorso che alla fine può rivelarsi non risolutivo o risolutivo solo in parte.

La psicoterapia olistica può, inoltre, aiutare a sviluppare la consapevolezza di sé e delle proprie dinamiche, favorire la gestione dello stress e delle emozioni negative, migliorare la comunicazione interpersonale e promuovere una visione più equilibrata e positiva della vita. Con un approccio olistico, il paziente può sviluppare un’autostima sana, riconoscere i propri bisogni e confini, nonché costruire relazioni interpersonali più sane e soddisfacenti.

“Io non sono nel mondo per soddisfare le tue aspettative e tu non sei nel mondo per soddisfare le mie. Tu sei te stesso, io sono me stesso. Se incontriamo l’un l’altro, è meraviglioso. Se no, non c’è niente da fare.”

Fritz Perls, psicologo e psicoterapeuta tedesco noto per aver fondato la psicoterapia Gestalt

Il potere della gratitudine nella lotta contro la sindrome del beneficato: come esercitarla per liberarsi dal rancore

Essendo una dinamica con due polarità, benefattore-beneficiato, può essere in realtà disinnescata partendo da uno dei due estremi. In questo modo almeno una delle due figure smetterà di essere soggetta alle rispettive costrizioni di questa sindrome, sfilandosi dal “gioco delle parti”.

In tutto questo, la gratitudine è una delle armi più potenti che può essere utilizzata come rimedio contro la sindrome del beneficato.

Quando siamo in preda al rancore e alla delusione per il trattamento che abbiamo ricevuto da qualcuno, spesso ci concentriamo solo sui nostri sentimenti negativi e ci chiudiamo alla possibilità di vedere il lato positivo della situazione.

Nonostante ciò, praticare la gratitudine può aiutare a liberarsi in tempi rapidi da questi sentimenti distruttivi. Quest’ultima può iniziare a scaturire anche per le piccole cose positive che abbiamo, aiutandoci a cambiare la prospettiva e a concentrarci su ciò di cui disponiamo invece che su ciò che ci manca.

Esistono diversi esercizi che possono facilitare la manifestazione della gratitudine, come tenere un diario su cui scrivere ogni giorno almeno tre cose per cui si è grati, oppure fare una lista delle persone che hanno avuto un impatto positivo sulla nostra vita e ringraziarle.

La gratitudine aiuta molto efficacemente a liberarci dal rancore e a recuperare relazioni interpersonali più equilibrate e appaganti, senza la morsa opprimente delle dinamiche di controllo o manipolatorie.


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Foto professionale della Dott.ssa Elisa Scala, medico psicoterapeuta a Novara
Ricevo a Novara e online

Medico psicoterapeuta

Sono iscritta all’Albo Professionale dei Medici dall’anno 2008, ed esercito la professione di Psicoterapeuta sia per mezzo di sedute online (via Zoom o Skype) che in presenza nel mio studio privato vicino al centro storico di Novara.

Perché medico psicoterapeuta?

Associare la Specializzazione in Psicoterapia della Gestalt alle conoscenze e all’esperienza di Medico mi permette di comprendere più aspetti dei disagi interiori delle persone che decidono di intraprendere un percorso di psicoterapia con me.

Questo porta a risultati tangibili per il paziente in termini di salute, benessere e serenità nella propria vita, il tutto in tempi mediamente più brevi rispetto alla psicoterapia tradizionale e senza limitarsi a quella che potrei definire come “terapia dell’ascolto”.

Dott.ssa Elisa Scala, medico psicoterapeuta a Novara