Hai finito qualcosa e, invece di provare soddisfazione, hai subito pensato a come avresti potuto farlo meglio. Hai ricevuto un complimento e la prima reazione è stata il dubbio: ma lo pensa davvero? Hai raggiunto un obiettivo e invece di godertelo hai già spostato l’asticella più in alto, perché così com’è non basta ancora.

Se ti riconosci in almeno una di queste situazioni, probabilmente conosci già dall’interno ciò che la psicologia chiama atelofobia: la paura dell’imperfezione e, più in profondità, la paura di non essere mai abbastanza.

Non si tratta di vanità né di semplice ambizione. L’atelofobia è un disturbo psicologico reale, tra i più complessi e misconosciuti del nostro tempo, che intercetta le fragilità più profonde dell’essere umano. Chi ne soffre sperimenta una ricerca logorante e incessante di un’idealizzazione irraggiungibile, uno standard che si sposta ogni volta che sembra a portata di mano, lasciando la persona esausta, insoddisfatta e sempre con la sensazione di dover dimostrare qualcosa. Il giudizio verso sé stessi assume contorni quasi paralizzanti, e ciò che dall’esterno può sembrare perfezionismo o alto senso del dovere è in realtà un sistema di protezione costruito attorno ad insicurezze molto più profonde.

Può colpire chiunque indipendentemente dall’età o dalla storia personale, anche se esistono profili psicologici più esposti, spesso con radici che affondano nelle prime esperienze di vita.

In questo articolo esploreremo cos’è l’atelofobia e il suo significato, le 3 cause psicologiche più comuni, i 7 sintomi (inclusi quelli fisici spesso sottovalutati) e come questa condizione si manifesta in amore e nelle relazioni interpersonali. Nella parte finale troverai i rimedi più efficaci per affrontare il perfezionismo patologico e le indicazioni su come un percorso di psicoterapia olistica può lavorare sulle radici più nascoste del disturbo.

Cos’è l’atelofobia? Il significato in psicologia

L’atelofobia, che etimologicamente deriva dalla parola greca atelophobia, a sua volta composta da atelès (che significa “imperfetto, incompleto”) e da phóbos (ovvero “paura, fobia”), è un disturbo di natura psicologica caratterizzato da uno stato d’ansia legato alla paura dell’imperfezione, che porta le persone a temere continuamente il giudizio degli altri per i propri difetti o errori. Si trova, a volte, scritta erroneamente come atelifobia o atalofobia.

Le persone che soffrono di atelofobia percepiscono l’imperfezione come una caratteristica personale inaccettabile e temono per questo di essere continuamente giudicate o respinte. Questa percezione di non essere mai abbastanza può riguardare diverse sfere della vita, come l’aspetto fisico, le abilità, il comportamento o le relazioni personali.

La persona atelofobica tende a rimuginare costantemente sugli errori passati o sulle proprie imperfezioni, alimentando pensieri negativi. Questa costante rimuginio ossessivo contribuisce all’intensificazione dell’ansia e della tensione interna.

Sindrome di Barbie: quando l’ossessione per l’immagine rivela i meccanismi nascosti dell’atelofobia

La cosiddetta ‘Sindrome di Barbie’ rappresenta una manifestazione contemporanea dell’atelofobia, dove l’ossessione per un’immagine corporea irrealistica diventa metafora di un disagio più profondo.

Questo fenomeno, lungi dall’essere un semplice stereotipo mediatico, rivela meccanismi psicologici complessi legati all’autovalutazione e alla percezione di sé.

La sindrome di Barbie non è un disturbo ufficialmente riconosciuto, ma un termine usato per descrivere l’ossessione di alcune persone, soprattutto giovani donne, per un aspetto estetico idealizzato e irraggiungibile, ispirato agli standard di bellezza della famosa bambola Barbie. Può essere collegato a disturbi come la dismorfia corporea, una vera e propria ossessione patologica per difetti fisici percepiti, e influenzato dall’implacabile pressione sociale e dai media.

Non si tratta, in ogni caso, solo di un disturbo estetico, ma di un meccanismo difensivo che maschera fragilità emotive e timori di inadeguatezza, configurandosi come una vera e propria manifestazione clinica della paura dell’imperfezione.

Atelofobia, le 3 cause psicologiche più comuni

In questo articolo ho parlato delle fobie più comuni e ti rimando alla sua lettura se vuoi avere un quadro generale delle paure più diffuse nelle persone prima di approfondire questa fobia particolare che merita una trattazione dedicata, anche alla luce delle sue connessioni psicologiche intime con il perfezionismo patologico e con l’auto-giudizio implacabile.

L’atelofobia può avere cause profonde ben radicate nella psiche di una persona.

Una ricerca neuropsicologica pubblicata sul Journal of Psychological Dynamics ha effettuato una mappatura neurologica dei circuiti cerebrali coinvolti nell’elaborazione del “difetto percepito”. Tra i risultati principali ha confermato la base neurologica del disturbo, evidenziando un’iperattivazione dell’amigdala, connessioni anomale tra corteccia prefrontale e sistema limbico ed un’alterata elaborazione degli stimoli emotivi. Le conseguenze neurali più importanti sono una maggiore sensibilità al giudizio esterno, l’amplificazione degli stimoli negativi e una ridotta capacità di rivalutazione cognitiva.

Vediamo adesso le 3 cause psicologiche più comuni alla base di questa condizione:

  1. Esperienze passate. In molti casi, esperienze traumatiche o negative legate a critiche o fallimenti passati possono scatenare l’atelofobia. Un’infanzia in cui si è cresciuti con aspettative irragionevoli o disapprovazione costante può contribuire a questa paura in età adulta.
  2. Pressione sociale. La pressione per essere perfetti, che può derivare dalla società, dai media o dall’ambiente di lavoro, può portare ad un’ansia costante riguardo all’imperfezione, uno dei carburanti principali dell’atelofobia.
  3. Autostima bassa. Un basso senso di autostima o una scarsa percezione di sé stessi possono aumentare la paura irrazionale dell’inadeguatezza, scoprendo letteralmente il fianco della persona. La convinzione che si debba essere sempre perfetti per ricevere approvazione o accettazione dal prossimo può risultare fortemente debilitante e costringere la persona a dedicare energie, tempo ed attenzione a dinamiche ben lontane dal suo sentire profondo.

Muoversi nel mondo con una scarsa immagine e opinione di sé stessi è come camminare con uno zaino pesante sulla schiena. Questo fardello rappresenta tutto il gravame delle convinzioni negative su noi stessi, delle auto-critiche implacabili e delle paure irrazionali che ci tengono ancorati al passato.

È praticamente impossibile ottenere risultati incompatibili con l’immagine di noi stessi che abbiamo ancorato nell’inconscio.

Perché abbiamo una bassa autostima? Esploriamo le sue origini infantili

Come visto nell’articolo sull’immagine di sé, l’autostima di un individuo è fortemente influenzata dalle esperienze che abbiamo avuto nei primi anni di vita: un’immagine positiva di noi stessi si sviluppa in genere se i rapporti con le persone che si occupavano di noi, e da cui di fatto dipendevamo per la nostra sopravvivenza (genitori, nonni, altri familiari di riferimento, educatori), si sono rivelate positive e gratificanti.

Se, al contrario, questi rapporti sono stati incentrati su facili rimproveri, sulla distanza emotiva o sulla completa mancanza di empatia, dando origine a quello che possiamo chiamare attaccamento insicuro, sarà molto facile sviluppare un’opinione svilente e scarsa di noi stessi, con conseguente difficoltà ad accettarci e a mettere a frutto i nostri talenti.

Il bambino che non si sente accolto per ciò che è veramente, che non sente un’accettazione incondizionata, tende ad attribuirsi la colpa per salvare il rapporto con i caregiver, arrivando a pensare che ci sia qualcosa che non va dentro di lui. Questo bambino inizierà a credere di non essere apprezzato dai suoi genitori perché lui è in qualche modo sbagliato, cattivo, fuori posto e immeritevole di ricevere l’amore.

Con queste basi, sarà quasi inevitabile plasmare un’immagine di sé svilente e negativa che lo accompagnerà per tutta l’età adulta, quantomeno finché non deciderà di lavorarci sopra.

I Sintomi dell’Atelofobia: riconoscere i segnali nascosti del disturbo

L’atelofobia, o paura di non essere abbastanza, è un disturbo psicologico che alimenta un costante senso di inadeguatezza, influenzando l’esistenza quotidiana di chi ne soffre.

I suoi 7 sintomi più comuni includono:

  • Ansia costante. Le persone con atelofobia sperimentano spesso un’ansia persistente dovuta alla paura di essere giudicate per le loro incompletezze, mancanze o lacune.
  • Perfezionismo patologico. L’ossessione per la perfezione può portare a standard irragionevoli e allo sforzo costante di evitare qualsiasi errore, inclusi quelli più piccoli e con un impatto del tutto residuale sui risultati che possono essere ottenuti.
  • Evitamento di nuove esperienze. L’atelofobia può spingere le persone a evitare nuove sfide o opportunità proprio per la paura di fallire, agendo quindi come una vera e propria zavorra.
  • Mania del controllo. La persona atelofobica cerca spesso di controllare in modo estremo le proprie azioni e comportamenti per evitare errori o difetti. Questo controllo eccessivo, vero e proprio meccanismo di difesa volto a minimizzare la paura dell’imperfezione, ingabbia il soggetto e lo incatena in una costante rigidità nella sua vita quotidiana.
  • Scarsa immagine di sé. Una bassa autostima è spesso correlata all’atelofobia, con l’individuo che si svaluta a causa delle sue carenze percepite che lo logorano e lo destabilizzano psicologicamente.
  • Costante ricerca di rassicurazione dall’esterno. Chi soffre di atelofobia può mendicare in continuazione delle rassicurazioni da parte degli altri per confermare di stare facendo tutto nel modo giusto. Questa ricerca può diventare opprimente sia per gli altri che per la persona stessa. Paradossalmente ma non troppo, più si cerca l’approvazione degli altri e più ci si mette in posizioni dove è difficile ottenerla.
  • Isolamento sociale. La paura dell’imperfezione può portare all’isolamento sociale per la semplice ragione che le persone evitano situazioni in cui corrono il rischio di sentirsi giudicate.

L’atelofobia è una condizione che inevitabilmente intossica la quotidianità della persona, generando uno stato di tensione perenne e consumando inutilmente buona parte delle sue energie psichiche nelle distorsioni indotte dal perfezionismo patologico di reazione.

La tremenda trappola in cui si trova la persona atelofobica

Come funziona nel dettaglio il circolo vizioso che intrappola l’atelofobico?

Colui che ne soffre inizia a porsi in continuazione degli obiettivi molto complessi e difficili da realizzare, proprio perché ha il bisogno perenne di sentirsi accettato e gratificato dagli altri. Paradossalmente, però, queste aspettative esagerate alzano costantemente l’asticella, con la conseguenza che la tanto agognata perfezione non è quasi mai raggiunta. Nonostante il notevole investimento emotivo e di energie la persona atelofobica si ritrova così in una beffa: ha pagato il prezzo di qualcosa che non ha realizzato, e la sua fobia non si placa.

Tra l’altro, la paura di non essere abbastanza compulsa la persona a cercare in continuazione di migliorare, perfezionare e rielaborare anche qualcosa che risulta già apprezzato da chi le sta intorno, in una tensione che sembra non poterla lasciare mai in pace.

In ogni caso, è importante ricordare che questa paura può essere affrontata e superata con l’aiuto di terapie adeguate e sforzi personali.

Atelofobia, frasi tipiche che popolano il dialogo interiore di chi ne soffre

Le persone atelofobiche spesso vivono un dialogo interno carico di autocritica ed insicurezza.

Frasi depotenzianti, ripetute in modo ossessivo, quali:

  • “Non sarò mai all’altezza di questo compito, sicuramente sarò una delusione”
  • “Devo evitare gli errori ad ogni costo, altrimenti non verrò più considerato/a dagli altri”
  • “La mia incapacità causerà dei problemi gravissimi e sarò criticato/a aspramente”
  • “Quello che ho fatto certamente non è abbastanza, dovrei fare di più ma non ne sono capace”
  • “Gli altri mi giudicheranno negativamente”

hanno una posizione primaria nel dialogo mentale intimo di chi soffre di questo disturbo.

Queste frasi riflettono la paura costante di non essere all’altezza delle aspettative, di non essere perfetti e di essere conseguentemente oggetto di giudizio da parte degli altri.

Il dialogo interno negativo alimenta l’ansia e il perfezionismo e può portare a una continua tensione psicologica. Riconoscere e affrontare queste frasi autodistruttive è un passo importante all’interno del percorso per superare l’atelofobia e per coltivare una visione più obiettiva di sé stessi.

Atelofobia in amore: quando la paura ostacola l’intimità emotiva

L’atelofobia può avere un impatto significativo sulle relazioni personali e, a maggior ragione, su quelle sentimentali.

Coloro che ne soffrono evitano in genere di aprirsi emotivamente o di impegnarsi completamente nelle relazioni romantiche per paura di essere giudicati per le loro manchevolezze o imperfezioni.

L’atelofobia in amore si associa in genere a queste tre caratteristiche:

  • Paura dell’abbandono. L’atelofobia può portare ad un’ingestibile fobia dell’abbandono da parte del partner, spingendo la persona a cercare costantemente l’approvazione e l’adesione a ideali rigidi.
  • Difficoltà nella comunicazione. La paura di non essere mai abbastanza può rendere difficile comunicare in modo aperto e onesto con il partner, causando conflitti e incomprensioni all’interno della relazione.
  • Scarsa autostima all’interno del rapporto di coppia. Le persone con atelofobia possono sentirsi sempre inferiori all’interno della relazione, mettendosi in una posizione di subordinazione e cercando in qualche modo di compensare le proprie mancanze.

Per superare l’atelofobia in amore è importante, come primo passaggio, lavorare sulla propria autostima, sulla comunicazione e sulla comprensione che la perfezione a tutti i costi non è assolutamente necessaria per intessere relazioni sane e appaganti. In molti casi, anzi, è un vero e proprio boomerang che ci si ritorce contro, facendoci ottenere l’opposto di quello che vorremmo e per cui abbiamo sacrificato molte delle nostre energie.

Atelofobia, rimedi e soluzioni per gestire le sue cause psicologiche

Curare l’atelofobia significa, in prima battuta, trattare le cause e le dinamiche psicologiche che ne stanno alla base.

Come per praticamente tutte le altre condizioni psicologiche di cui ho parlato, il disturbo è solo il sintomo di ferite psicologiche, bisogni non riconosciuti o carenze affettive che ci portiamo dentro a livello inconscio anche durante la vita adulta.

Il sintomo ci offre un canale diretto per impostare un vero lavoro psicologico.

La psicoterapia olistica ha un suo modo peculiare di rapportarsi ai sintomi, interpretandoli come preziosi messaggeri non da combattere frontalmente, ma da ascoltare per risalire alle cause profonde che provocano sofferenza alla persona.

Il sintomo è un elemento di informazione di una mappa più ampia, che per sua natura si manifesta in maniera criptata. La difficoltà, infatti, è che il sintomo ci parla nel suo linguaggio specifico, che dobbiamo imparare a conoscere per poterlo decodificare.

Un altro aspetto fondamentale è il lavoro sulla dimensione emozionale con lo scopo di aiutare il paziente ad entrare in contatto con le proprie emozioni, a dare loro il nome corretto e ad imparare a gestirle direttamente a livello corporeo.

La componente emotiva associata ad una dinamica psicologica è molto di valore perché, come visto, consente un lavoro diretto anche sulla dinamica stessa. Lavorare sull’emozione ha un potere trasformativo enorme.

“L’atelofobia, o la paura dell’imperfezione, è come una nebbia che oscura e distorce la bellezza unica di ciascuno di noi. Accettare le nostre imperfezioni è il primo passo verso la liberazione e la vera autenticità.”

Dott.ssa Elisa Scala, psicoterapeuta Novara secondo il metodo della Psicoterapia Medica Olistica

Il perfezionismo patologico come motore del disequilibrio interiore

Come abbiamo visto, il perfezionismo patologico è una delle dinamiche principali che si innescano come reazione all’atelofobia.

Il meccanismo è simile al comportamento compulsivo che cerca di calmierare il rimuginio mentale, pur essendo esso stesso disfunzionale e non risolutivo. Il perfezionismo eccessivo tenta di smorzare l’impatto dell’atelofobia, in una sorta di riscatto ideale della persona che mira a riabilitarsi percettivamente nel suo contesto sociale. Il prezzo psicologico da pagare, comunque, è enorme e insostenibile nel medio-lungo termine.

Ma cos’è la perfezione in psicologia? Può esistere come concetto oggettivo?

La perfezione è uno schema mentale introiettato dall’esterno in genere durante l’infanzia o l’adolescenza, non è nostro anche se non solo gli abbiamo dato pieno diritto di cittadinanza dentro di noi, ma addirittura lo utilizziamo come timone principale per dirigere la nostra vita, azioni, pensieri ed emozioni.

Tra l’altro, non esiste una perfezione assoluta, ma solo relativa. Ciò che vale per un individuo, può essere anche significativamente diverso per un altro. Tutto dipende da ciò che ciascuno ha introiettato durante i primi anni di vita sulla base degli schemi trasmessi dagli educatori e dalle figure dell’autorità come i genitori.

Oltre a questo, capita spesso di vedere in azione la dinamica della cosiddetta “coperta corta”. Quando concentriamo tutta la nostra attenzione su poche dinamiche che vogliamo portare alla perfezione, inevitabilmente andremo a sottrarre preziose energie ad altri aspetti della vita che invece meriterebbero di essere coltivati e gestiti meglio.

Gli atelofobici hanno quindi, in molti casi, uno sbilanciamento anche marcato tra le varie sfere della vita, con alcune aree che vengono sistematicamente (e inevitabilmente) trascurate.

Il superamento dell’atelofobia ha quindi anche lo scopo di portare un nuovo equilibrio, consentendo al paziente di distribuire meglio le sue energie psichiche.

In conclusione, bisogna sempre ricordare che nessuno è perfetto secondo degli standard assoluti, e accettare le cosiddette imperfezioni è parte integrante della crescita personale e del benessere interiore, come ho spiegato a fondo anche nell’articolo sul kintsugi psicologia dove ho proposto un punto di vista alternativo.

In molti casi, tra l’altro, chi ci circonda preferisce vederci più spontanei e meno rigidi, potendo in questo modo apprezzare le varie sfumature della nostra personalità unica e irripetibile.

Domande Frequenti sull’atelofobia

Se senti che niente di ciò che fai è mai davvero abbastanza o se ti ritrovi a rielaborare continuamente qualcosa che gli altri già apprezzano, probabilmente hai già incontrato l’atelofobia senza ancora saperle dare un nome.

Qui trovi le risposte alle domande che tornano più spesso per cominciare a fare chiarezza su una condizione che spesso si nasconde dietro la maschera del perfezionismo.

Cosa vuol dire atelofobia?

L’atelofobia è un disturbo psicologico caratterizzato dalla paura dell’imperfezione e dal terrore di non essere mai abbastanza rispetto alle proprie aspettative o a quelle percepite negli altri. Il termine deriva dal greco atelès (imperfetto, incompleto) e phóbos (paura).

Chi ne soffre percepisce l’imperfezione come una caratteristica personale inaccettabile e teme continuamente di essere giudicato o respinto per i propri difetti o errori, indipendentemente dall’ambito che può essere l’aspetto fisico, un’abilità, un comportamento o le relazioni interpersonali.

Quali sono i principali sintomi dell’atelofobia?

I 7 sintomi più comuni dell’atelofobia sono ansia persistente legata alla paura del giudizio altrui per le proprie imperfezioni, perfezionismo patologico con standard irraggiungibili, evitamento di nuove esperienze per paura di fallire, mania del controllo come meccanismo di difesa, bassa autostima e immagine di sé negativa, costante ricerca di rassicurazione e approvazione esterna, isolamento sociale per evitare situazioni di potenziale giudizio.

Questi sintomi generano un circolo vizioso in cui la paura dell’imperfezione alimenta il perfezionismo, che a sua volta aumenta l’ansia e la sensazione di non essere mai abbastanza.

Cosa c’è dietro la cosiddetta Sindrome di Barbie?

La Sindrome di Barbie non è un disturbo ufficialmente riconosciuto, ma un termine usato per descrivere l’ossessione per un aspetto estetico idealizzato e irraggiungibile. Rappresenta una manifestazione contemporanea dell’atelofobia in cui la paura dell’imperfezione si concentra sull’immagine corporea.

Non si tratta di un semplice disagio estetico, ma di un meccanismo difensivo che maschera fragilità emotive profonde e timori di inadeguatezza. Può essere collegata alla dismorfia corporea e risulta amplificata dalla pressione sociale e dai media.

Come posso riconoscere se soffro di atelofobia?

Un segnale diagnostico significativo è la presenza di un dialogo interiore persistentemente autodistruttivo.

Frasi come ‘non sarò mai all’altezza’, ‘devo evitare gli errori ad ogni costo’, ‘quello che ho fatto non è abbastanza’ si ripetono ossessivamente.

Altri indicatori sono la tendenza a continuare a perfezionare e rielaborare qualcosa già apprezzato dagli altri, l’incapacità di tollerare anche i piccoli errori e una sensazione perenne di tensione psicologica che non lascia mai spazio alla soddisfazione.

Se questi elementi interferiscono con la qualità della vita, è opportuno rivolgersi ad un professionista per una valutazione.

Quali sono i sintomi fisici dell’atelofobia?

I sintomi fisici dell’atelofobia sono la manifestazione corporea dell’ansia cronica generata dalla paura dell’imperfezione.

I più frequenti includono tensione muscolare persistente, tachicardia e palpitazioni in situazioni percepite come potenzialmente giudicanti, sudorazione eccessiva, disturbi del sonno legati al rimuginio ossessivo, cefalee ricorrenti e sensazione di oppressione al petto.

In alcuni casi possono comparire sintomi gastrointestinali come nausea o dolori addominali prima di eventi importanti. Questi sintomi fisici si sovrappongono a quelli dell’ansia generalizzata e si distinguono per il loro legame specifico con situazioni dove la propria performance o il proprio valore personale sono sottoposti a valutazione.

Qual è la differenza tra atelofobia e sindrome dell’impostore?

Entrambe le condizioni condividono la paura di non essere abbastanza ma si differenziano per il meccanismo sottostante.

L’atelofobia è una fobia specifica incentrata sulla paura dell’imperfezione in senso generale, il timore di avere difetti e di essere giudicati di conseguenza.

La sindrome dell’impostore, d’altro canto, si manifesta specificamente in ambito professionale o di successo: la persona teme di essere ‘smascherata’ come incompetente nonostante i risultati oggettivi raggiunti, attribuendo i propri successi alla fortuna piuttosto che alle proprie capacità.

Le due condizioni possono coesistere e si alimentano reciprocamente.

L’atelofobia è curabile?

Sì, l’atelofobia è trattabile e la guarigione è possibile.

Un percorso di psicoterapia olistica lavora sulle cause psicologiche profonde come le esperienze infantili, l’attaccamento insicuro e le convinzioni negative interiorizzate sull’immagine di sé, senza limitarsi ai sintomi superficiali.

L’EMDR è particolarmente indicato per elaborare le memorie traumatiche legate a critiche, fallimenti o rifiuti che hanno alimentato la fobia. L’ISTDP permette di lavorare sulle emozioni represse alla base del perfezionismo patologico.

L’obiettivo non è l’eliminazione di ogni standard di qualità, ma la trasformazione di una paura compulsiva in una sana motivazione al miglioramento.


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Foto professionale della Dott.ssa Elisa Scala, medico psicoterapeuta a Novara
Ricevo a Novara e online

Medico psicoterapeuta

Sono iscritta all’Albo Professionale dei Medici dall’anno 2008 ed esercito la professione di Psicoterapeuta sia per mezzo di sedute online (via Zoom o Skype) che in presenza nel mio Studio privato vicino al centro storico di Novara.

Perché rivolgersi ad un medico psicoterapeuta?

Grazie alla sua duplice formazione medica e psicoterapeutica, un medico psicoterapeuta è in grado di valutare il paziente non solo dal punto di vista meramente psicologico, ma anche di considerare eventuali fattori biologici, medici e farmacologici che possono influenzare il disturbo, conflitto interiore o disagio portato dal paziente.

Questo permette una presa in carico olistica, in cui si possono trattare problematiche emotive, psichiche e fisiche in modo sinergico, personalizzando il percorso terapeutico per ottenere risultati più efficaci e duraturi.

I vantaggi tangibili per il paziente consistono in tempi mediamente più brevi rispetto alla psicoterapia tradizionale e senza limitarsi a quella che potrei definire come “terapia dell’ascolto”.

Dott.ssa Elisa Scala, medico psicoterapeuta a Novara