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In questo articolo voglio focalizzarmi su un concetto importante ma relativamente poco esplorato nella psicologia odierna, e per farlo ti presenterò i principi fondamentali del kintsugi, un’arte antica giapponese che consiste nel riparare i vasi rotti con l’oro, trasformando le crepe e le fratture in elementi estetici unici e di valore.

Il kintsugi in psicologia può rappresentare un vero e proprio ribaltamento di paradigma rispetto alle dinamiche di rimozione e rifiuto o rispetto ai canoni sociali occidentali che richiedono di nascondere le proprie fragilità e di mostrarsi sempre forti e tutti d’un pezzo, soprattutto se si è uomini.

Ti illustrerò quindi come è possibile applicare la metafora del kintsugi al lavoro psicologico, cambiando radicalmente la prospettiva con cui ci rapportiamo alle nostre fragilità e debolezze e arrivando a sviluppare così la preziosa qualità della resilienza.

Che cos’è il kintsugi?

Secondo quanto riporta la storia, lo Shogun Ashikaga Yoshimasa (1358-1408) ruppe inavvertitamente la sua tazza da tè preferita, a cui teneva così tanto al punto di decidere di farla riparare dai suoi artigiani invece di buttarla via. A riparazione completata, quando la vide notò come le riparazioni effettuate fossero brutte e troppo evidenti. La sua delusione era molto forte, ma fu grazie a questo che decise di mettere a punto una nuova tecnica per riparare la ceramica, e così nacque il kintsugi: ciò che si rompe, ha l’opportunità unica di diventare una bellissima opera d’arte.

Il kintsugi non mira quindi a nascondere il danno, ma a valorizzarlo per rendere un vaso unico e irripetibile.

La metafora del kintsugi

I punti di riparazione dell’oggetto sono evidenziati con una vernice dorata. Questa tecnica può essere vista come una metafora che rappresenta la bellezza dell’imperfezione e l’accettazione della trasformazione.

L’oggetto riparato, dal punto di vista artistico, diventa migliore di prima e anche rispetto ad un oggetto nuovo.

È arrivato a possedere un tratto di unicità e irripetibilità.

Ciò che vale per un oggetto si applica ancora di più all’essere umano e alla sua psicologia: una ferita della psiche è un segno di unicità che può essere portata dentro di sé con una ritrovata consapevolezza.

Come applicare i principi del kintsugi alla psicologia?

La metafora del kintsugi può essere applicata alla psicologia in modo molto potente e anche innovativo.

Ti vado ad elencare i 4 punti che ritengo veramente chiave per ristrutturare la percezione che una persona ha di sé stessa:

  1. Accettazione delle fragilità. Imparare ad accogliere le proprie fragilità e le proprie debolezze come parte normale di sé, piuttosto che vederle come un segno di inferiorità o di fallimento, è uno dei traguardi principali di un percorso di psicoterapia, soprattutto se ad approccio olistico. Come ho accennato anche in altri articoli, arriva un momento preciso in cui il proprio dolore va semplicemente visto e abbracciato, in uno stato interiore di completa sospensione del giudizio.
  2. Valorizzazione delle esperienze negative, anche se ti hanno causato sofferenza. Comprendere che le esperienze negative e le ferite che ti hanno lasciato possono diventare un’opportunità per crescere e per sviluppare la tua forza e resilienza. Su quest’ultimo punto tornerò in maniera più approfondita nella seconda parte dell’articolo.
  3. Trasformazione vera e propria. Questo è un passaggio chiave in cui la persona sperimenta un cambiamento positivo nelle modalità con cui percepisce sé stessa e le proprie esperienze, trasmutando le ferite in opportunità di crescita e di apprendimento.
  4. Guarigione delle ferite. Qui si inizia a guarire le proprie ferite emotive attraverso la consapevolezza, l’accoglimento e la capacità di “stare nell’emozione”. Questo è possibile soprattutto nell’ambito di un percorso protetto di psicoterapia, in cui il terapeuta fornisce un supporto fondamentale per la rielaborazione di tutto il contenuto che affiora alla superficie della consapevolezza.

Ti faccio adesso una breve precisazione sul primo punto.

So che può sembrare in contraddizione con un mondo e con una società che invece ci vorrebbero sempre forti e vincenti, ma nessuna persona veramente forte è tale se non ha prima attraversato e integrato le proprie fragilità e ferite interiori almeno ad un certo livello.

Tutto ciò che rifiutiamo, persiste e si amplifica gradualmente nel tempo. Solo l’accettazione cura la ferita, con effetto anche molto rapido.

L’elaborazione complessiva di una ferita è comunque un processo che richiede il suo giusto tempo, oltre a cura e pazienza. Non devi provare vergogna o tentare di nasconderla, ma ridarle il suo spazio e imparare ad abbracciare quel dolore, quella crepa nel vaso, così da trasformarti in un’opera d’arte rinnovata e più preziosa.

Il kintsugi e la resilienza in psicologia

Il kintsugi e la resilienza sono due aspetti che hanno a che fare con la capacità di affrontare e superare le difficoltà, arrivando a percepire le ferite come opportunità di crescita e di sviluppo personale.

Come abbiamo visto, nel kintsugi le crepe e i danni vengono trasformati in elementi estetici e valorizzati, invece di essere nascosti o negati. Questo processo simboleggia metaforicamente l’accettazione e la valorizzazione delle esperienze negative e delle ferite emotive, trasformandole in opportunità di crescita e di conoscenza di nuovi aspetti di sé stessi.

La resilienza, d’altra parte, si riferisce alla capacità di un individuo di affrontare e superare difficoltà, stress e traumi, mantenendo o addirittura migliorando la propria salute e benessere psicologico.

In questo senso, il kintsugi e la resilienza sono strettamente connessi, poiché entrambi sottolineano l’importanza di accettare e di cavalcare le esperienze negative per sfruttarle in leva come occasioni uniche di crescita e di sviluppo interiore.

La metafora del kintsugi incoraggia infatti un atteggiamento di accettazione e gratitudine verso tutte le esperienze della vita, comprese quelle difficili e che ci hanno lasciato degli strascichi dolorosi.

Il kintsugi in psicologia suggerisce quindi un modello per la resilienza in cui le ferite emotive smettono di essere una fonte di vergogna o di debolezza, ma vengono colte per il loro grande potenziale di far avvicinare sempre più all’integrità dell’essere.

Il valore della resilienza in psicologia

La resilienza è un concetto centrale in molti orientamenti di psicoterapia, inclusa la Psicoterapia Olistica, che hanno lo scopo di aiutare le persone a sviluppare le proprie risorse e le proprie abilità per affrontare la vita in modo più efficace.

I fattori più di rilievo che contribuiscono allo sviluppo della resilienza includono:

  1. Supporto sociale. Questo punto si basa sull’avere una rete di supporto costituita da familiari, amici, conoscenti e colleghi che possono fornire un sostegno emotivo e pratico. L’individuo funziona come un elemento di una rete articolata di connessioni umane.
  2. Abilità di gestione (coping). Essere in grado di gestire lo stress attraverso tecniche di coping sane, come la meditazione, l’esercizio fisico e la pianificazione delle attività quotidiane. Una adeguata conoscenza di sé stessi e del proprio funzionamento aiuta molto nella gestione delle incombenze e del possibile stress che ne può scaturire, evitando di abusare della propria energia e delle risorse interne.
  3. Flessibilità emotiva. Questo aspetto è connesso all’essere in grado di adattarsi a situazioni difficili e a cambiamenti di vita anche radicali in modo flessibile e positivo. Un eccessivo livello di rigidità porta infatti ad una chiusura rispetto ai cambiamenti che inevitabilmente intervengono nella vita, e può comportare anche la perdita di opportunità importanti. La flessibilità può essere sviluppata nel corso di un percorso di psicoterapia.
  4. Autostima. Avere una buona opinione di sé stessi, delle proprie capacità e dei propri talenti. Questo non si limita alla percezione di queste qualità, ma include anche la loro fattiva possibilità di utilizzo per raggiungere obiettivi e ottenere risultati.
  5. Prospettiva positiva. Adottare una prospettiva positiva sulla vita e sulle difficoltà che inevitabilmente si possono incontrare lungo il cammino. Questo significa anche vedere gli ostacoli come un’opportunità, e per poterlo fare è necessario aver già fatto affiorare gli elementi che ti ho descritto sopra. Anche se è una frase molto abusata nell’ambito della crescita personale, siamo qui per fare esperienza, per imparare e per sviluppare nuove qualità.

In psicoterapia, il terapeuta può lavorare con il paziente per incrementare e rafforzare questi fattori, migliorando la resilienza e la capacità della persona di affrontare sfide e stress futuri.

Perché possiamo essere fieri delle nostre ferite emotive?

Il kintsugi ci insegna, tra le altre cose, che possiamo essere fieri delle nostre ferite emotive dal momento che rappresentano una parte importante del nostro percorso di vita e ci aiutano a diventare più forti e resilienti.

Le ferite emotive possono essere causate da eventi difficili, traumi o relazioni dolorose, ma attraverso la loro elaborazione e guarigione possiamo acquisire nuove competenze, nuove prospettive e nuove relazioni più appaganti.

Queste ferite, inoltre, ci insegnano anche ad essere più compassionevoli e comprensivi verso gli altri, dal momento che impariamo a sentire meglio cosa significa essere feriti e come sostenere gli altri nel loro percorso di guarigione.

Si arriva a riconoscere che dietro molti comportamenti delle altre persone che ci danno fastidio si nasconde spesso una quantità importante di dolore e sofferenza. Già essere consapevoli di questo aspetto getta nuove basi per la ristrutturazione positiva dei rapporti interpersonali.

Cominciare un percorso di psicoterapia, quindi, è come aprirsi alla possibilità di darsi una nuova forma, un’alternativa che ci rende accessibile la percezione della bellezza delle nostre ferite e delle cicatrici che ci hanno lasciato.


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Foto professionale della Dott.ssa Elisa Scala, medico psicoterapeuta a Novara
Ricevo a Novara e online

Medico psicoterapeuta

Sono iscritta all’Albo Professionale dei Medici dall’anno 2008, ed esercito la professione di Psicoterapeuta sia per mezzo di sedute online (via Zoom o Skype) che in presenza nel mio studio privato vicino al centro storico di Novara.

Perché medico psicoterapeuta?

Associare la Specializzazione in Psicoterapia della Gestalt alle conoscenze e all’esperienza di Medico mi permette di comprendere più aspetti dei disagi interiori delle persone che decidono di intraprendere un percorso di psicoterapia con me.

Questo porta a risultati tangibili per il paziente in termini di salute, benessere e serenità nella propria vita, il tutto in tempi mediamente più brevi rispetto alla psicoterapia tradizionale e senza limitarsi a quella che potrei definire come “terapia dell’ascolto”.

Dott.ssa Elisa Scala, medico psicoterapeuta a Novara