Ti è mai sembrato di avere dentro di te una spinta invisibile a portare avanti un’attività e di non riuscire a fermarti, anche quando avresti avuto bisogno di riposo? O di dire sempre sì anche quando vorresti dire no? O di ricontrollare tutto almeno tre volte, anche quando sai già che va più che bene così?
Se ti è capitato, probabilmente non è una mera questione di carattere o, almeno, non solo. Potrebbe trattarsi di una spinta psicologica che agisce su di te da molto prima che tu potessi accorgertene. Un movimento psichico inconscio che prende le sue mosse dai meandri più insondabili del tuo essere, avviato quando il discernimento della mente conscia non era ancora sviluppato.
Le spinte (drivers in inglese) sono uno dei concetti più illuminanti dell’Analisi Transazionale: messaggi interiorizzati nel corso dell’infanzia che continuano a guidare il nostro comportamento da adulti, spesso senza che ce ne rendiamo conto.
Riconoscerle è il primo passo per smettere di esserne pilotati e per poter uscire da questi automatismi che ormai si sono ripetuti all’infinito, impedendoci di esplorare nuove aree della vita e di noi stessi.
Cosa sono le spinte in Analisi Transazionale?
L’Analisi Transazionale (AT) è una teoria della personalità e un approccio psicoterapeutico sviluppato dallo psichiatra Eric Berne a partire dagli anni Cinquanta. Uno dei suoi contributi più duraturi è il concetto di copione di vita, ovvero un piano inconscio che il bambino costruisce su sé stesso, sugli altri e sul mondo e che poi si trova a recitare per il resto della sua esistenza.
All’interno di questo copione operano le spinte, ovvero sequenze comportamentali automatiche che si attivano ogni volta che sentiamo, anche inconsciamente, la pressione di dover dimostrare qualcosa. Sono state identificate e studiate nel dettaglio dallo psicologo Taibi Kahler negli anni ’70 nell’ambito della sua teoria del minicopione.
La logica di fondo di ogni spinta è sempre la stessa:
“Io vado bene solo se sono perfetto / mi sforzo / mi sbrigo / sono forte / compiaccio gli altri.”
In altre parole, le spinte traducono un bisogno profondo come essere amati, accettati o al sicuro in una condizione implicita da soddisfare. E quella condizione, una volta interiorizzata, viene applicata automaticamente ad ogni situazione della vita adulta, anche quando non è più necessaria né utile.
Le spinte principali sono cinque. Ognuno di noi le conosce tutte, ma nella maggior parte dei casi ne ha una prevalente, quella che si attiva con più frequenza e intensità, soprattutto nei momenti di pressione.
Le 5 spinte dell’Analisi Transazionale: come riconoscerle nella vita di tutti i giorni
Le cinque spinte si manifestano in modi concreti e quotidiani, spesso così familiari da sembrare semplicemente “il proprio carattere”. Leggi le descrizioni che seguono tenendo a mente non come vorresti comportarti ma come ti comporti davvero, soprattutto quando ti trovi in contesti attivanti.
Sii Perfetto (Be Perfect)
Il messaggio implicito: “Vali solo se non sbagli, se fai sempre tutto al meglio.”
Chi vive sotto l’influenza di questa spinta non si accontenta del “fatto bene”: tutto deve essere realizzato alla perfezione e secondo parametri molto rigidi, altrimenti è sempre insoddisfacente. Il lavoro viene ricontrollato più volte, la delega è quasi impossibile, la procrastinazione spesso nasce proprio dall’impossibilità di iniziare qualcosa che potrebbe non riuscire perfettamente.
Il paradosso è sottile: la spinta Sii Perfetto non genera eccellenza reale, ma paralisi. Non è un propellente per una sana disciplina, ma per le sbarre di un carcere tanto invisibile quanto asfissiante. L’errore, inevitabile in qualsiasi attività umana, viene vissuto come una conferma di non valere, non come una normale parte del processo.
Nella vita quotidiana si manifesta in azioni come rileggere le e-mail più volte prima di inviarle, scusarsi in modo sproporzionato anche per minime imprecisioni, pianificare sempre tutto nella propria mente anche nei minimi dettagli, non riuscire a godersi un risultato buono perché “poteva andare meglio”.
Quando la spinta Sii Perfetto raggiunge un’intensità elevata e modella in modo pervasivo il rapporto con sé stessi e con il lavoro, si entra nel territorio del perfezionismo patologico, una condizione che merita un’analisi più approfondita.
Sii Forte (Be Strong)
Il messaggio implicito: “Non mostrare debolezza. Non entrare in contatto con le tue fragilità. Non chiedere mai aiuto.”
Questa spinta insegna che le emozioni sono un segnale di fragilità e che i bisogni personali non vanno espressi. Chi la segue si presenta sempre impassibile, tende a sminuire le proprie difficoltà e non chiede mai supporto anche quando ne avrebbe bisogno. “Sto bene” è la risposta che si attiva in automatico, anche quando non è vero.
Il costo a lungo termine è alto. Sopprimere sistematicamente le proprie emozioni porta all’esaurimento emotivo, al burnout e ad una difficoltà profonda nell’intimità relazionale perché, se non ci si mostra vulnerabili, il vero contatto con l’altro diventa impossibile.
Nella vita quotidiana si manifesta nella forma di non riuscire a chiedere aiuto, consolare gli altri anche in momenti di difficoltà propria, esplosioni emotive improvvise o perfino veri e propri attacchi di rabbia dopo lunghi periodi di apparente controllo.
Sforzati / Dacci Dentro (Try Hard)
Il messaggio implicito: “Il tuo valore sta nel metterci sempre il massimo impegno, nello sforzo costante e non nell’arrivare all’obiettivo.”
Questa è forse la spinta più sottile. Chi la segue si identifica con lo sforzo, non con il risultato. Iniziare qualcosa muove molta energia, mentre portarla a termine può sembrare quasi una perdita. Parecchi progetti vengono avviati e lasciati incompleti non per pigrizia, ma perché l’identità è tutta nell’impegno profuso e non nel traguardo raggiunto.
Sul lavoro questa spinta si traduce in una disponibilità encomiabile e in un impegno visibile ma anche in una difficoltà cronica a concludere, delegare o dire “è abbastanza”.
Nella vita quotidiana induce la persona ad iniziare molte attività a fronte di poche realmente portate a termine, sperimentando un senso di vuoto quando finisce qualcosa nonché difficoltà a riconoscere il proprio lavoro come completato.
Sbrigati (Hurry Up)
Il messaggio implicito: “Il tempo non è mai abbastanza. Muoviti. Non sprecarlo.”
Chi vive questa spinta è cronicamente di fretta. Non perché abbia davvero molto da fare (o, quantomeno, non solo) ma perché stare fermi, rallentare e aspettare generano un’ansia di fondo difficile da tollerare. Il multitasking diventa una modalità predefinita, il rilassamento è vissuto con senso di colpa, il tempo libero si riempie compulsivamente di attività.
Questa spinta è molto diffusa nelle culture occidentali contemporanee, dove la produttività è diventata un valore morale. Vivere sempre in accelerazione, però, porta con sé il costo della difficoltà a stare nel presente, l’irritabilità quando il ritmo delle cose rallenta unitamente ad un senso di superficialità nelle relazioni perché non ci si concede il tempo di ascoltare davvero.
Nella vita quotidiana si manifesta con azioni quali interrompere gli altri prima che finiscano di parlare, fare più cose contemporaneamente, non riuscire a sedersi a leggere un libro o a guardare un film senza fare altro nello stesso tempo.
Fai Piacere agli Altri (Please Others)
Il messaggio implicito: “Puoi essere amato solo se gli altri sono soddisfatti di te.”
Questa spinta insegna che i propri bisogni vengono sempre dopo quelli degli altri. Chi la segue fatica enormemente a dire no, a esprimere opinioni scomode, a deludere qualcuno. Ogni segnale di disappunto nell’altro viene letto come una minaccia alla relazione e, quindi, alla propria sicurezza emotiva.
Il risultato è una vita organizzata attorno alle aspettative altrui, con i propri desideri sistematicamente messi in un cantuccio e soppressi. Con il tempo la dinamica genera risentimento non dichiarato perché anche quest’ultimo andrebbe a dispiacere qualcuno, nonché una progressiva perdita di contatto con la propria identità.
È il profilo che in anni recenti ha preso il nome di people pleaser, cioè qualcuno che non vuole compiacere tutti, ma che non sa come fare altrimenti proprio perché quella spinta si è installata troppo presto per essere stata mai davvero scelta.
Nella vita quotidiana si manifesta con dinamiche quali concordare con posizioni che non si condividono, senso di colpa quando si mettono i propri bisogni al primo posto, difficoltà a prendere decisioni senza prima cercare conferme esterne.
Come riconoscere la tua spinta prevalente
Conoscere le cinque spinte in astratto è utile, ma il vero valore sta nel riconoscere qual è la propria, cioè quella che si attiva con più frequenza, spesso automaticamente, soprattutto quando ci troviamo sotto pressione.
Non esiste un test clinico standardizzato per identificarla in autonomia, ma alcune domande di auto-osservazione possono essere un punto di partenza efficace. Prova a rispondere con sincerità, pensando ai momenti in cui sei sotto stress o ti senti sotto giudizio altrui.
Quando qualcosa non va come previsto, qual è la tua prima reazione? Ricontrolli tutto finché non è perfetto → Sii Perfetto. Stringi i denti e vai avanti senza fermarti → Sii Forte. Ti rimetti subito al lavoro con ancora più energia → Sforzati. Acceleri per recuperare il tempo perso → Sbrigati. Ti preoccupi di cosa pensano gli altri → Fai Piacere.
Cosa ti dici quando ti fermi? “Avrei potuto farlo meglio” → Sii Perfetto. “Non ho tempo per riposarmi” → Sbrigati. “Mi sento in colpa a stare senza fare niente” → Sforzati. “Non voglio pesare su nessuno” → Sii Forte. “Spero di non aver deluso qualcuno” → Fai Piacere.
Cosa ti fa sentire più a disagio? Commettere un errore visibile → Sii Perfetto. Chiedere aiuto o mostrare stanchezza → Sii Forte. Non finire quello che hai iniziato → Sforzati. Dover aspettare o rallentare → Sbrigati. Ricevere una critica o un segnale di disappunto → Fai Piacere.
Questi non sono criteri diagnostici, ma solo indicatori. Se una spinta si riconosce con chiarezza e, soprattutto, se la si ritrova trasversalmente in ambiti diversi della vita come lavoro, relazioni, corpo e tempo libero, vale allora la pena esplorarla più a fondo.
Un percorso terapeutico consente di farlo in modo guidato, lavorando non solo sulla consapevolezza ma anche sulle radici emotive che tengono in piedi quella spinta.
Da dove nascono le spinte? L’origine nell’infanzia
Le spinte non nascono dal nulla. Sono strategie adattive intelligenti che il bambino sviluppa in risposta all’ambiente in cui cresce.
Il bambino osserva cosa funziona, soprattutto quali comportamenti ottengono calore, approvazione, sicurezza. Se chi si prende cura di lui valorizza soprattutto i risultati eccellenti, impara che “essere perfetto” è il modo per essere amato. Se la vulnerabilità non viene accolta e non trova spazio nella relazione di accudimento, impara che “essere forte” è più sicuro che sentire. Nel momento in cui, invece, lo sforzo e la fatica vengono elogiati più dei risultati, impara che il valore sta nella dose di impegno da profondere in ogni occasione.
Questi apprendimenti avvengono in modo implicito, spesso preverbale. Non è necessario che un genitore dica esplicitamente “devi essere perfetto”: è sufficiente un’alzata di sopracciglio davanti ad un voto non altissimo, un freddo distacco o inaccessibilità ogni volta che vi era una richiesta di aiuto, un sorriso più caldo quando “faceva il bravo bambino” e compiaceva i suoi genitori anziché esprimere sé stesso.
Come scrivono Cornell e collaboratori nel testo “Dentro l’AT. Fondamenti e sviluppi dell’analisi transazionale”, le spinte possono essere apprese anche semplicemente osservando le figure adulte di riferimento. Se il padre lavora sempre fino a tardi, se la madre non si ferma mai, se in famiglia “solo chi si dà da fare ha valore”, il bambino interiorizza quella norma senza che nessuno l’abbia mai pronunciata ad alta voce.
Non è casuale che le spinte più radicate corrispondano spesso alla qualità del legame con le figure primarie di accudimento: la teoria degli stili di attaccamento di Bowlby offre una chiave di lettura complementare per capire come quei primi legami plasmano le strategie relazionali che poi ritroviamo, in forma diversa, nelle spinte adulte.
Il punto cruciale è che quelle strategie, in quel contesto, funzionavano. Il problema nasce quando vengono generalizzate, cioè quando l’adulto continua ad applicarle automaticamente in ogni situazione, anche quando non sono più né necessarie né utili.
Le spinte dell’Analisi Transazionale e il copione di vita: un programma scritto da bambini
Nell’Analisi Transazionale le spinte fanno parte di un sistema più ampio, il copione di vita. Berne definiva il copione come “un piano di vita basato su una decisione presa durante l’infanzia, rinforzato dai genitori, giustificato dagli eventi successivi”.
Le spinte sono le controingiunzioni di quel copione: messaggi che operano a livello dello Stato dell’Io Genitore interiorizzato, quella voce interna che continua a dirci come dobbiamo comportarci per essere “OK”. Nell’architettura completa dell’AT, le controingiunzioni si affiancano alle ingiunzioni (messaggi ancora più profondi e spesso preverbali, trasmessi dallo Stato dell’Io Bambino dei genitori) e ai permessi, che rappresentano la risposta terapeutica ad entrambe.
La struttura è sempre la stessa: “Io vado bene solo se sono perfetto / mi sforzo / mi sbrigo / sono forte / compiaccio gli altri.”
Questa condizione implicita, ovvero l’accettazione condizionata, è il vero cuore pulsante del problema che tiene in piedi tutta l’impalcatura di personalità.
Non si tratta di un difetto del carattere né di una debolezza, ma di una posizione di vita che il bambino ha costruito come la migliore risposta possibile al proprio ambiente. Diventa disfunzionale solo quando viene mantenuta rigidamente nell’età adulta, dove le condizioni sono cambiate ma il programma continua a girare come se nulla fosse.
Quando le spinte smettono di essere risorse e diventano trappole
È importante precisare che nessuna spinta è negativa di per sé. La precisione di Sii Perfetto, la resilienza di Sii Forte, la perseveranza di Sforzati, l’efficienza di Sbrigati, l’attenzione agli altri di Fai Piacere sono tutte qualità genuinamente preziose.
Il problema emerge quando le spinte diventano compulsive, cioè quando non si riesce a non seguirle, anche in situazioni dove sarebbe controproducente. Quando non sono più una scelta, ma un automatismo. Quando la loro intensità è così elevata da interferire con il benessere personale e relazionale.
La ricerca in Analisi Transazionale mostra un rapporto inversamente proporzionale: più alta è l’intensità con cui si vive in una spinta, più basso tende ad essere il livello di qualità della vita. Le spinte di elevata intensità sono associate a disturbi d’ansia, stati depressivi, burnout e difficoltà relazionali croniche.
Un altro segnale importante è la rigidità del contesto che porta ad un’applicazione indiscriminata della spinta, indipendentemente dalla situazione. La persona guidata da Sii Perfetto non riesce ad abbassare gli standard neppure in una conversazione informale. Chi è dominato da Fai Piacere non riesce ad esprimere un’opinione divergente nemmeno in contesti dove sarebbe del tutto sicuro e vantaggioso farlo.
In questi casi la spinta non serve più a proteggere, ma ad evitare di avvicinarsi a qualcosa di doloroso. Kahler osservava che ogni spinta tiene a distanza un sentimento profondo: la spinta Sforzati, ad esempio, mantiene lontana la paura di fallire; Sii Forte protegge da una vulnerabilità che è stata troppo spesso punita. Se la spinta venisse meno, emergerebbe quel dolore. Ed è esattamente su questo che si può lavorare in psicoterapia.
Come si lavora sulle spinte in psicoterapia?
Riconoscere la propria spinta prevalente è un primo passo di grande valore, anche se da solo non è sufficiente. Sapere intellettualmente di avere una tendenza verso il Sii Perfetto non scioglie automaticamente la rigidità comportamentale indotta da quella dinamica interiore.
Un lavoro terapeutico efficace è chiamato ad agire ad un livello più profondo e non solo cognitivo, ma soprattutto emotivo e relazionale.
Nell’ambito della Psicoterapia Medica Olistica le spinte vengono esplorate attraverso un approccio integrato che combina diversi strumenti, ciascuno con un contributo specifico.
La terapia EMDR (Eye Movement Desensitization and Reprocessing) permette di identificare e rielaborare le esperienze precoci che hanno generato la spinta. In molti casi dietro ad un Sii Forte intenso c’è un ricordo specifico in cui mostrare la propria vulnerabilità ha avuto conseguenze dolorose. Rielaborare quell’esperienza a livello neurobiologico modifica il modo in cui la spinta si attiva nel presente.
L’ISTDP (Intensive Short-Term Dynamic Psychotherapy, in italiano Psicoterapia Intensiva Dinamica Breve) lavora sulle difese che la spinta costruisce attorno alle emozioni più profonde. Porta alla luce quello che viene sistematicamente evitato come la paura, il dolore e la rabbia, aiutando la persona ad entrarci in contatto in modo sicuro, modificando il bisogno compulsivo di seguire la spinta.
La Psicoterapia della Gestalt agisce, invece, sulla consapevolezza del momento presente, aiutando a riconoscere quando la spinta si attiva, come si sente nel corpo e cosa sta cercando di proteggere. Questo contatto diretto con l’esperienza immediata è spesso più trasformativo di qualsiasi spiegazione teorica.
L’obiettivo finale non è eliminare la spinta che, peraltro, porta con sé anche risorse genuine, ma renderla più flessibile e adattabile, trasformando un automatismo rigido in una scelta consapevole. Da una dinamica che si subisce ad una che possiamo gestire a fronte di una conoscenza approfondita.
Si passa da “devo essere perfetto” a “posso scegliere quando la precisione serve davvero”. Da “non devo mai chiedere aiuto” a “posso scegliere quando condividere la mia difficoltà”. Da “devo piacere a tutti” a “posso scegliere quando e come venire incontro agli altri, senza perdere me stesso”.
Eric Berne chiamava questo traguardo autonomia, definita come la capacità di rispondere al presente così com’è, liberi dalla morsa asfittica dei copioni del passato. Un’autonomia che si conquista, secondo Berne, recuperando tre capacità fondamentali: la consapevolezza, la spontaneità e l’intimità.
Domande frequenti sulle spinte dell’Analisi Transazionale
Se, leggendo l’articolo, hai ritrovato qualcosa di familiare, queste domande possono aiutarti ad andare un po’ più a fondo su come funzionano le spinte, su come individuare la tua e su cosa significa affrontarle in un percorso terapeutico.
Quali sono le spinte di Kahler?
Le spinte di Kahler sono le cinque spinte psicologiche identificate dallo psicologo Taibi Kahler negli anni ’70 nell’ambito dell’Analisi Transazionale: Sii Perfetto (Be Perfect), Sii Forte (Be Strong), Sforzati (Try Hard), Sbrigati (Hurry Up) e Fai Piacere agli Altri (Please Others).
Kahler le ha descritte come sequenze comportamentali automatiche e riconoscibili attraverso parole, gesti, posture e tono di voce caratteristici che riflettono la convinzione implicita di dover soddisfare una certa condizione per essere “OK”.
Cosa si intende per “spinta” in Analisi Transazionale?
Nell’Analisi Transazionale una spinta, o driver, è un messaggio interiorizzato nel corso dell’infanzia che si traduce in una condizione implicita di accettazione: ‘Io vado bene solo se sono perfetto / mi sforzo / mi sbrigo / sono forte / compiaccio gli altri.’
Le spinte operano a livello dello Stato dell’Io Genitore interiorizzato e si attivano automaticamente ogni volta che la persona sente, anche inconsciamente, la pressione di dover dimostrare qualcosa. Fanno parte del copione di vita e rappresentano le cosiddette controingiunzioni nell’architettura completa dell’Analisi Transazionale.
Chi ha teorizzato le 5 spinte dell’Analisi Transazionale?
Le 5 spinte dell’Analisi Transazionale sono state identificate e studiate dallo psicologo americano Taibi Kahler negli anni ’70 nell’ambito della sua teoria del minicopione.
Kahler lavorò all’interno della cornice teorica più ampia dell’Analisi Transazionale sviluppata dallo psichiatra Eric Berne a partire dagli anni Cinquanta.
Il contributo di Kahler rappresenta uno degli sviluppi più applicati e operativi dell’AT perché offre uno strumento concreto per osservare e riconoscere i pattern comportamentali automatici nella vita quotidiana.
Ognuno ha una sola spinta dominante?
Non necessariamente. Ognuno di noi conosce tutte e cinque le spinte, ma nella maggior parte dei casi ne ha una prevalente, ovvero quella che si attiva con più frequenza e intensità soprattutto nei momenti di stress o di pressione esterna.
È possibile avere due o più spinte attive in misura simile, spesso in contesti diversi: una può prevalere nel lavoro e un’altra nelle relazioni affettive.
La spinta prevalente non è fissa per sempre e un percorso terapeutico può ridurne significativamente l’intensità, rendendo la persona più libera di scegliere come rispondere alle situazioni.
Le spinte sono sempre qualcosa di negativo?
No. Nessuna spinta è negativa di per sé. La precisione di Sii Perfetto, la resilienza di Sii Forte, la perseveranza di Sforzati, l’efficienza di Sbrigati e l’attenzione al prossimo di Fai Piacere agli Altri sono tutte qualità genuinamente preziose.
Il problema emerge quando le spinte diventano compulsive, ovvero quando non si riesce a non seguirle anche in situazioni dove sarebbe controproducente e la loro intensità interferisce con il benessere personale e relazionale.
La ricerca in Analisi Transazionale mostra un rapporto inversamente proporzionale: più alta è l’intensità con cui si vive in una spinta, più basso tende ad essere il livello di qualità della vita.
Le spinte hanno a che fare con l’ansia o la depressione?
Sì, esiste una correlazione significativa. Spinte di elevata intensità generano un livello cronico di pressione interna che può contribuire allo sviluppo di ansia, esaurimento emotivo e depressione.
Sii Perfetto è spesso associata ad ansia da prestazione e perfezionismo patologico. Sii Forte può portare a burnout per la soppressione sistematica delle emozioni. Fai Piacere è frequentemente alla base di dinamiche di risentimento cronico e perdita di identità.
Lavorare sulle spinte in psicoterapia significa intervenire su uno dei fattori di mantenimento di questi disturbi, non solo sui sintomi.
Come si riconosce la propria spinta prevalente?
La spinta prevalente si riconosce attraverso l’osservazione dei propri comportamenti ricorrenti, specialmente sotto pressione, e delle frasi che ci ripetiamo interiormente. Alcune domande guida utili: come reagisco quando qualcosa non va come previsto? Cosa mi dico quando mi fermo? Cosa mi mette più a disagio? Un percorso psicoterapeutico consente di riconoscere con maggiore chiarezza quale spinta è attiva e in quali contesti si manifesta.
Come si lavora sulle spinte in psicoterapia?
Il lavoro terapeutico sulle spinte si articola su più livelli.
Il primo è la consapevolezza: riconoscere quando una spinta si attiva, quali situazioni la innescano e quali conseguenze produce. Il secondo livello riguarda le radici: esplorare i messaggi interiorizzati nell’infanzia che hanno generato quella spinta e il contesto relazionale in cui è nata. Il terzo livello, quello più trasformativo, lavora sui permessi, ovvero i messaggi correttivi che contrastano le ingiunzioni e le controingiunzioni del copione.
In un approccio olistico integrato questo lavoro può includere elementi di Analisi Transazionale, terapia EMDR, Gestalt e ISTDP, a seconda della struttura della persona e della natura delle sue spinte prevalenti.
È possibile liberarsi completamente da una spinta?
Il lavoro terapeutico non mira all’eliminazione della spinta ma a renderla più flessibile, trasformando un automatismo rigido in una scelta consapevole. Una persona che ha lavorato sulla propria spinta prevalente non smette di essere precisa, resiliente o attenta agli altri.
Impara, però, a scegliere quando e quanto esprimere quelle qualità, invece di esserne pilotata in maniera automatica. Il risultato è una maggiore libertà interiore e una qualità di vita più autentica.
Hai riconosciuto una o più di queste spinte nel tuo modo di funzionare? Se senti che certi automatismi condizionano il tuo benessere o le tue relazioni, un percorso psicoterapeutico può aiutarti ad esplorarli in profondità non per eliminarli, ma per smettere di lasciarli inconsapevolmente al timone della tua vita.
Se vuoi più informazioni sulla Psicoterapia Medica Olistica oppure prenotare la prima seduta con me, puoi compilare il modulo di contatto che trovi all’inizio della Pagina Contatti.

Medico psicoterapeuta
Sono iscritta all’Albo Professionale dei Medici dall’anno 2008 ed esercito la professione di Psicoterapeuta sia per mezzo di sedute online (via Zoom o Skype) che in presenza nel mio Studio privato vicino al centro storico di Novara.
Perché rivolgersi ad un medico psicoterapeuta?
Grazie alla sua duplice formazione medica e psicoterapeutica, un medico psicoterapeuta è in grado di valutare il paziente non solo dal punto di vista meramente psicologico, ma anche di considerare eventuali fattori biologici, medici e farmacologici che possono influenzare il disturbo, conflitto interiore o disagio portato dal paziente.
Questo permette una presa in carico olistica, in cui si possono trattare problematiche emotive, psichiche e fisiche in modo sinergico, personalizzando il percorso terapeutico per ottenere risultati più efficaci e duraturi.
I vantaggi tangibili per il paziente consistono in tempi mediamente più brevi rispetto alla psicoterapia tradizionale e senza limitarsi a quella che potrei definire come “terapia dell’ascolto”.
Dott.ssa Elisa Scala, medico psicoterapeuta a Novara




