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L’attenzione selettiva è una sorta di filtro cognitivo che agisce totalmente a nostra insaputa e che ci fa vedere solamente determinati elementi di una scena o situazione complessa, lasciando fuori tutto il resto.

Come è ben noto nel ciclo di apprendimento di una competenza in 4 fasi, all’inizio noi non sappiamo ciò che non sappiamo, cioè non siamo a conoscenza delle informazioni che ci mancano su un determinato argomento. Tecnicamente si dice che siamo inconsciamente incapaci.

Parallelamente l’attenzione selettiva ha il potere di lasciare fuori dalla consapevolezza alcuni fattori, che quindi per noi è come se non ci fossero. E, anche qui, di base non sappiamo ciò che in automatico viene estromesso dalla nostra mente.

In alternativa, possiamo vedere l’attenzione selettiva come una lente di ingrandimento che amplifica di diverse volte solo alcuni dettagli o componenti, mentre tutti gli altri su cui non si focalizza rimangono sfocati e fuori campo, di fatto impercettibili.

Nell’articolo ti spiegherò nel dettaglio cos’è l’attenzione selettiva, vedendo anche la definizione di attenzione in psicologia, il principale test di attenzione selettiva e le due principali teorie alla base di questo fenomeno cognitivo. Dedicherò spazio anche alle implicazioni psicologiche dell’attenzione selettiva (alcune non sono per niente scontate) e a come possiamo vedere l’attenzione focalizzata come espressione della programmazione mentale e del sistema di convinzioni della persona.

L’attenzione in psicologia: il potente filtro che modella la nostra realtà

L’attenzione in psicologia è definita come un processo cognitivo che coinvolge la focalizzazione e l’allocazione selettiva delle risorse cognitive verso determinati stimoli o informazioni.

È un meccanismo che ci permette la concentrazione su particolari elementi dell’ambiente o del nostro mondo interno, ignorando temporaneamente altre fonti di stimolazione.

Questo processo può essere influenzato da fattori come l’interesse personale, le novità, la rilevanza e la motivazione, svolgendo così un ruolo cruciale nei processi mentali e comportamentali.

In realtà l’attenzione non rappresenta un concetto unitario, ma riguarda una pluralità di processi psicologici anche ben distinti tra di loro.

La psicologia dell’attenzione è molto interessata a studiare i cosiddetti tempi di reazione (TR), ovvero la quantità di tempo che intercorre tra l’arrivo di uno stimolo di qualsivoglia natura e la generazione di una risposta, ovvero tra input e output, passando per la rielaborazione.

Il mantenimento dei tempi di reazione su valori sufficientemente bassi è garantito dal fenomeno dell’attenzione selettiva, che andiamo adesso ad approfondire.

Nel campo della psicologia cognitiva attenzione e attenzione selettiva sono due concetti correlati ma pur sempre distinti. Se la prima può essere vista come una risorsa cognitiva e il processo generale di focalizzazione mentale, la seconda è un sottotipo di attenzione, una sua forma specifica.

Attenzione selettiva: cos’è e definizione

L’attenzione selettiva rimane una componente fondamentale del funzionamento del nostro sistema cognitivo, agendo come una sorta di filtro che ci consente di focalizzarci solo su stimoli rilevanti mentre ignoriamo ciò che è meno importante in un dato momento.

In sintesi, possiamo affermare che l’attenzione è selettiva dal momento che il sistema cognitivo umano ha una capacità limitata e può saturarsi facilmente.

Questo fenomeno è poi strettamente correlato alla psicologia umana, giocando un ruolo chiave nelle nostre percezioni e comportamenti e nell’elaborazione delle informazioni.

La nostra rappresentazione del mondo esterno è plasmata in maniera decisiva da questi filtri dell’attenzione.

L’attenzione selettiva è anche selezione in vista dell’azione: i nostri sensi possono registrare informazioni provenienti da canali diversi, ma poi l’azione è singola dal momento che ne possiamo eseguire solo una alla volta.

In un ambiente ricco di stimoli e di potenziali pericoli anche mortali, l’abilità di focalizzarsi solo su ciò che è rilevante in un certo momento è stata cruciale per la sopravvivenza umana durante l’arco della sua evoluzione.

Nel Paleolitico (o età della pietra antica), ad esempio, gli esseri umani hanno vissuto in ambienti complessi e spesso pericolosi, in cui era necessario identificare rapidamente le minacce, come predatori o situazioni rischiose. In un simile contesto è fondamentale cogliere tutto ciò che può rappresentare un pericolo per la vita o l’integrità fisica, escludendo in automatico tutti quegli elementi che invece fanno da “sfondo” neutro.

Questa valenza evolutiva si riflette ancora oggi nelle nostre modalità di attenzione selettiva.

La capacità di concentrarsi su una conversazione in un ambiente affollato o di reagire rapidamente a segnali di pericolo sono tratti che derivano dall’evoluzione del nostro sistema cognitivo e dalla sua capacità di allocare le risorse nel modo più efficiente possibile.

Le teorie alla base dell’attenzione selettiva: cosa ci dicono sul filtro cognitivo

Le teorie dell’attenzione selettiva cercano di spiegare il modo in cui il nostro cervello gestisce gli stimoli e seleziona quelli rilevanti per portarli verso l’elaborazione successiva a livello corticale.

Se lo stimolo non passa il filtro iniziale, viene dismesso e non va nemmeno in valutazione.

Due delle principali teorie riguardano il momento in cui avviene questa selezione dell’informazione: la teoria della selezione precoce e la teoria della selezione tardiva.

  1. Teoria della selezione precoce
    • Descrizione. Questa teoria sostiene che la selezione dell’informazione avviene ad un livello iniziale e automatico del processo percettivo. Solo gli stimoli rilevanti vengono elaborati in modo approfondito, mentre gli stimoli non rilevanti vengono filtrati precocemente e non possono proprio raggiungere i livelli superiori di elaborazione.
    • Sostegno sperimentale. Studi che utilizzano modelli quali il paradigma o test di Stroop, in cui i partecipanti devono reagire ad un aspetto specifico di uno stimolo mentre ne ignorano un altro, supportano la teoria della selezione precoce.
  2. Teoria della selezione tardiva
    • Descrizione. Questa seconda ipotesi afferma che la selezione dell’informazione avviene ad un livello più avanzato del processo percettivo, dopo che tutti gli stimoli sono stati elaborati in modo relativamente completo. La valutazione sarebbe quindi basata sull’effettivo contenuto.
    • Sostegno sperimentale. Studi che utilizzano schemi come il paradigma dell’attenzione divisa, in cui i partecipanti sono esposti a più stimoli contemporaneamente e devono rispondere a tutti quelli rilevanti, indipendentemente dalla loro posizione, forniscono invece prove a favore della teoria della selezione tardiva.

È importante notare che molte teorie dell’attenzione selettiva si collocano in una posizione intermedia tra questi due estremi, riconoscendo che la selezione può avvenire a diversi livelli a seconda delle circostanze e delle caratteristiche degli stimoli.

Le basi teoriche dell’attenzione selettiva rimangono un campo di ricerca attivo, in cui gli sviluppi nella neuroscienza cognitiva e nei metodi sperimentali continuano ad informare ed affinare queste teorie nel tempo.

La teoria del filtro di Broadbent (o della selezione precoce)

La teoria del filtro di Broadbent, o della selezione precoce, è una delle prime deduzioni proposte per spiegare il processo di selezione dell’attenzione, con particolare riferimento alla percezione dell’informazione uditiva.

Questa tesi, proposta da Donald Broadbent nel 1958, è comunemente nota come il “modello dell’attenzione selettiva a canale singolo”.

Andando più nel dettaglio, vediamo le 4 fasi che ne costituiscono l’ossatura portante:

  1. Fase di input o ricezione. Il processo inizia con la ricezione degli stimoli sensoriali, ad esempio di suoni. Gli impulsi sono trasmessi attraverso i canali sensoriali e raggiungono una sorta di schermo che funge da selettore iniziale.
  2. Fase di filtraggio vero e proprio. Il filtro è un meccanismo centrale che opera in modo selettivo, consentendo solo ad uno stimolo rilevante di essere passato al sistema P (percettivo), mentre gli impulsi non importanti vengono ignorati o lasciati fuori, andando a decadere progressivamente. Nella fase iniziale, comunque, tutti gli stimoli vengono immagazzinati per un tempo molto breve nel sistema S (registro sensoriale o, più semplicemente, sensoriale), dove vanno incontro ad una rapida scansione in parallelo. In particolare, il setaccio si basa su caratteristiche fisiche iniziali come la tonalità, il volume o la frequenza.
  3. Fase di elaborazione. Dopo il filtraggio, solo lo stimolo approvato va incontro ad una codifica semantica nei livelli superiori del sistema cognitivo, che opera secondo una modalità seriale gestendo le informazioni una in seguito all’altra e non in contemporanea.
  4. Fase di output. Alla fine, l’informazione elaborata risulta disponibile per ulteriori processi cognitivi, come la memoria a breve termine e la risposta comportamentale.

La teoria del filtro di Broadbent ha ricevuto sostegno da studi che utilizzano i paradigmi di divisione dell’attenzione, in cui i partecipanti sono esposti a stimoli multipli in contemporanea e devono rispondere solo a quelli specificamente richiesti. In queste situazioni, la selezione sembra effettivamente avvenire in modo precoce, in linea con la concezione di Broadbent.

La teoria del filtro attenuato: un modello intermedio

Ci sono stati anche interessanti sviluppi successivi di questa tesi grazie ad altri ricercatori che hanno introdotto alcune modifiche o proposto schemi intermedi.

Ad esempio, il modello o teoria del filtro attenuato proposto dalla psicologa statunitense Anne Treisman suggerisce che la selezione possa avvenire tramite un filtro selettivo simile a quello teorizzato da Broadbent, con la differenza sostanziale però che le informazioni inserite nel canale non attentivo vengono solamente attenuate e non cancellate.

L’elaborazione degli stimoli non selezionati risulta così solo parziale, ed in genere fa sì che questi ultimi non possano attivare il sistema ad un livello tale da superare la soglia della coscienza. In ogni caso, se lo stimolo a cui non si presta attenzione risulta comunque di un certo rilievo per la persona, è sufficiente una sua parziale attivazione per sfondare la soglia della coscienza.

In generale, sebbene la teoria del filtro di Broadbent abbia rappresentato un passo significativo nella comprensione dell’attenzione selettiva, la ricerca ha definito modelli più complessi che tengono conto di una selezione più flessibile e dipendente dallo specifico contesto.

Attenzione selettiva e attenzione focalizzata: le sottili ma importanti differenze tra le due

Attenzione focalizzata e attenzione selettiva sono termini spesso usati in modo intercambiabile, anche se sussistono alcune differenze, seppur sottili, tra i due concetti.

La prima può essere infatti attivata intenzionalmente dalla persona che vuole concentrarsi su un compito, ad esempio lo studio, mentre la seconda opera quasi sempre in maniera meccanica e automatica.

L’attenzione focalizzata si riferisce al processo generale di concentrazione deliberata della mente su uno specifico stimolo o attività anche per un lungo tempo, escludendo nel frattempo tutto il resto.

Può essere sia una forma di attenzione selettiva volontaria, in cui ci si concentra su un particolare aspetto o compito, che una forma di attenzione più ampia, in cui la mente si dedica ad un’attività senza per questo escludere necessariamente tutte le altre informazioni circostanti.

La capacità di concentrarsi su un compito senza essere distratti da stimoli esterni o interni è un pilastro fondamentale dell’efficacia cognitiva e può essere sviluppata attraverso la pratica e le strategie di gestione dell’attenzione.

L’attenzione selettiva, come abbiamo visto, è invece un sottotipo specifico di attenzione che opera una selezione degli stimoli spesso automatica e inconsapevole per il tramite di un filtro, in modo tale da evitare la saturazione del sistema cognitivo e garantire l’emissione di una risposta in tempi più rapidi.

Il filtro cognitivo non ha, infatti, bisogno della consapevolezza per funzionare.

Anzi, l’evoluzione umana ha fatto sì che l’operato di questo filtro non andasse ad impegnare parte della consapevolezza della persona, che poteva così essere destinata ad altro.

L’effetto cocktail party: una situazione tipica che ci fa vedere come agisce il filtro cognitivo

Vediamo adesso l’attenzione selettiva all’opera nel cosiddetto effetto cocktail party, calandoci in una situazione reale che sarà certamente capitata a molti.

Immagina di trovarti in una festa affollata, con molte voci che si sovrappongono in maniera caotica. Tonalità, volume e frequenza dei suoni che ti raggiungono sono una sorta di miscellanea complessa, che dopo un po’ passa sullo sfondo del tuo campo di attenzione.

Nonostante questo rumore di fondo, nel momento in cui qualcuno pronuncia il tuo nome o menziona un argomento di tuo interesse, la tua attenzione sembra magnetizzarsi istantaneamente verso quella fonte specifica.

Questo fenomeno evidenzia la potenza dell’attenzione focalizzata, che si fa strada con estrema efficacia anche in una giungla di stimoli in concorrenza tra di loro.

Il cervello umano, dotato di straordinaria selettività, è in grado di discernere e privilegiare informazioni rilevanti anche in ambienti estremamente ricchi di input e distrazioni.

L’effetto cocktail party ci insegna come, nonostante il caos circostante, siamo in grado di concentrarci intensamente su ciò che consideriamo significativo o rilevante in quel momento, dimostrando la capacità intrinseca del nostro sistema di attenzione di operare in modo selettivo e mirato.

L’attenzione selettiva visiva

L’attenzione selettiva visiva ci consente di estrapolare informazioni rilevanti tra tutta l’abbondanza di stimoli visivi che ci circondano e accompagnano quasi con costanza nella nostra quotidianità, soprattutto quando ci troviamo in uno spazio aperto.

Un esempio tangibile di attenzione selettiva visiva si manifesta quando, nel bel mezzo di una strada o piazza affollata, siamo in grado di individuare immediatamente il volto di un amico o di una persona che abbiamo memorizzato in passato.

Questo processo è guidato dalla rilevanza attribuita agli stimoli, creando una sorta di filtro che privilegia ciò che consideriamo significativo.

Il Sistema Attivatore Reticolare come base anatomica dell’attenzione selettiva

Il Sistema Attivatore Reticolare (in inglese Reticular Activating System, RAS), una rete di neuroni che si estendono verticalmente attraverso il tronco encefalico, è un attore fondamentale nel processo di attenzione selettiva. Include il ponte (o ponte di Varolio), il midollo allungato (o bulbo) e la parte inferiore del mesencefalo.

Il RAS regola lo stato di veglia e l’attivazione generale del cervello, contribuendo a determinare quali stimoli richiedono la nostra attenzione prioritaria.

Ad esempio, quando siamo immersi in un compito o ci concentriamo su qualcosa di specifico, il RAS si attiva per filtrare le informazioni meno rilevanti e lasciarle fuori dalla nostra consapevolezza.

In questo modo, le risorse dell’individuo vengono impiegate al meglio in relazione ad un certo obiettivo, aumentando l’efficacia personale.

Il RAS ci offre così una base anatomica e pratica per comprendere meglio il funzionamento del nostro cervello in relazione all’elaborazione di tutte le informazioni che lo raggiungono.

L’attenzione selettiva in psicologia: le principali implicazioni

La psicologia umana spiega l’attenzione selettiva come un modo per gestire l’abbondanza di stimoli che riceviamo costantemente. Se dovessimo elaborare ogni singolo input sensoriale in modo completo, saremmo rapidamente sopraffatti.

L’attenzione selettiva ci consente di ottimizzare le risorse cognitive, concentrandoci solo su ciò che è più cruciale in un dato contesto.

Non è solamente un processo cognitivo, ma una modalità specifica con cui le persone si rapportano al mondo intorno a loro. Può influenzare le decisioni quotidiane, i processi di apprendimento e le dinamiche relazionali.

Attenzione selettiva, esempi. Quando può diventare un limite?

Arrivati fino a qui, ti sarà probabilmente venuta l’idea che l’attenzione selettiva possa in realtà nascondere una sorta di lato oscuro, che ci preclude alcune esperienze di componenti del mondo esterno che potrebbero invece gratificarci o essere importanti per noi e per il nostro apprendimento.

È senz’altro così, dal momento che come ti ho detto all’inizio di base non sappiamo ciò che viene escluso, proprio per il fatto che è estromesso a priori dalla nostra esperienza percettiva.

Vediamo adesso qualche esempio di come l’attenzione selettiva può edificare una sorta di argine entro il quale va a confinare le nostre interazioni e interscambi con il mondo che ci circonda:

Percezione distorta. L’attenzione selettiva può portare ad una percezione distorta della realtà. Focalizzandoci solo su particolari aspetti o dettagli, potremmo trarre conclusioni o giudizi che non si basano sull’intera immagine e che risultano quindi incompleti o perfino dannosi.

Perdita di dettagli cruciali. Per la sua stessa natura, l’attenzione selettiva esclude una serie di elementi del campo, destinando tutta la capacità percettiva solo ad alcuni. Il problema è che noi non sappiamo ciò che è escluso, che invece potrebbe essere perfino determinante per arrivare a decisioni bilanciate in un certo contesto.

Ignorare prospettive diverse. L’attenzione selettiva può contribuire ad una certa chiusura mentale e alla mancanza di comprensione reciproca all’interno delle interazioni sociali.

Rischi quando ci si trova alla guida. Alla guida di un veicolo, l’attenzione selettiva può favorire la concentrazione esclusiva su determinati segnali stradali o punti di riferimento all’interno del campo visivo, portando ad una potenziale minore consapevolezza degli altri veicoli od ostacoli.

Mancata rilevazione di alcuni segnali di pericolo. L’attenzione selettiva può farci trascurare segnali di pericolo, non solamente alla guida, oppure farceli vedere con alcuni secondi o frazioni di secondo di ritardo che potrebbero rivelarsi molto rischiosi.

Per quanto riguarda il quarto punto, è utile ricordare che si può allenare l’attenzione alla guida tramite una serie di accorgimenti pratici, ad esempio praticando la mindfulness durante il viaggio o riducendo le distrazioni che tipicamente sottraggono quote preziosissime di attenzione anche per pochissimi istanti.

Oltre a questo, esercizi di consapevolezza come la respirazione profonda possono contribuire a mantenere la calma e la concentrazione.

Test di attenzione selettiva: come quantificare la focalizzazione mentale

Sono ad oggi disponibili svariati test per la valutazione dell’attenzione, detti anche test attentivi, che solitamente misurano più di un processo tipico dell’attenzione, anche per il fatto che questi processi sono difficili da valutare separatamente gli uni dagli altri.

In questi test vengono valutate di solito l’attenzione focalizzata, l’attenzione selettiva, l’attenzione divisa e la velocità di processamento delle informazioni.

In ogni caso, il test di Stroop che ho citato all’inizio è da considerarsi il principale test di attenzione selettiva.

Questo test è progettato per quantificare la capacità di una persona di concentrarsi su una determinata informazione, ignorando le informazioni conflittuali. La sua versione più comune coinvolge la presentazione di parole scritte in colori diversi. L’obiettivo per il partecipante è di dire a voce alta il colore dell’inchiostro in cui è scritta la parola, ignorando il significato della parola stessa.

Ad esempio, se la parola “rosso” è scritta con l’inchiostro blu, la risposta corretta sarebbe “blu”. In questo modo, è il colore che rappresenta l’informazione rilevante per il corretto svolgimento del compito, mentre il significato della parola costituisce l’informazione non rilevante e, pertanto, non deve essere letto.

Il test di Stroop misura la velocità e l’accuratezza con cui una persona può estrapolare e identificare il colore desiderato, creando una situazione in cui l’attenzione selettiva viene messa alla prova, mentre si deve resistere alla tentazione di leggere la parola in senso letterale.

Il tempo impiegato e il numero di errori possono fornire indicazioni sulla capacità di una persona di mantenere la focalizzazione e di sopprimere le informazioni interferenti e conflittuali.

Anche se potrebbero sembrare un esercizio di routine o di semplice auto-valutazione, i test dell’attenzione sono in realtà delle preziose finestre aperte sull’intricato funzionamento della nostra mente che ci possono aiutare ad individuare le aree in cui migliorare la nostra attenzione e focalizzazione.

L’attenzione focalizzata come espressione della programmazione mentale

Andiamo adesso a vedere un altro aspetto interessante, cioè come l’attenzione selettiva e la programmazione mentale della persona sono intimamente collegate.

Gli schemi mentali e le nostre convinzioni influenzano infatti ciò su cui ci concentriamo e di cui, in un certo senso, facciamo esperienza percettiva e sensoriale.

La programmazione mentale si riferisce a tutte quelle idee e convinzioni radicate nella nostra mente, di solito acquisite attraverso esperienze passate e l’educazione ricevuta dalle figure di riferimento dei primi anni di vita.

Questi schemi influenzano la nostra attenzione e ci predispongono a focalizzarci solo su determinati aspetti della realtà.

Se la nostra programmazione mentale è orientata in modo negativo o limitante, l’attenzione selettiva non fa altro che riflettere questa caratteristica e contribuire a bloccarci in una situazione disfunzionale o insoddisfacente in diversi modi:

Filtro negativo. Una programmazione mentale negativa può agire essa stessa come un filtro che ci fa concentrare prevalentemente sugli aspetti negativi di una situazione. Questo può amplificare i sentimenti di insoddisfazione e impedirci di vedere le opportunità o i lati positivi.

Conferma delle convinzioni limitanti. L’attenzione selettiva può essere utilizzata per cercare costantemente prove che confermino le nostre convinzioni limitanti, in un loop che si autoalimenta. Questo crea un circolo vizioso in cui rafforziamo continuamente i nostri schemi mentali negativi, bloccandoci in comportamenti o situazioni dannose.

Risposta automatica, che esclude la consapevolezza. La programmazione mentale può condizionare la nostra attenzione facendoci rispondere automaticamente a determinati stimoli con pensieri o comportamenti negativi. Qualunque trasformazione passa dalla luce della consapevolezza, per cui tutto ciò che si muove interamente al di sotto della soglia della coscienza tenderà a ripetersi tale e quale nel corso del tempo.

Limitazioni nelle scelte. Una programmazione mentale limitante può influenzare le nostre scelte, indirizzandoci verso opzioni che non fanno altro che risuonare con le nostre convinzioni preesistenti, anche se potrebbero non essere le più benefiche per noi.

Autosabotaggio. Se crediamo profondamente di non meritare il successo o la felicità, l’attenzione selettiva può ostacolare le nostre azioni e i nostri sforzi verso un vero miglioramento personale.

Per superare questa dinamica è cruciale diventare consapevoli della nostra programmazione mentale e delle convinzioni che ci guidano da dietro le quinte.

Come ho descritto anche in altri articoli, l’inconscio e il sistema di convinzioni personali sono il nostro burattinaio che ci pilota dalla “stanza dei bottoni” della psiche, senza che noi ne siamo consapevoli.

Se non agiamo direttamente sul burattinaio, non potranno cambiare realmente le nostre mosse, scelte e risultati raggiunti nella vita.

Allargando questa analisi, vediamo come la programmazione mentale e l’immagine di sé siano strettamente interconnesse. Le convinzioni profonde sulla propria competenza, autostima e valore influenzano direttamente come una persona si vede. Se un individuo ha una programmazione mentale che enfatizza la negatività e il dubbio di sé, ciò può riflettersi in un’immagine di sé distorta e auto-limitante.

Comprendere questa interconnessione è essenziale per la crescita personale e la risoluzione dei conflitti psicologici. Solo tramite un lavoro terapeutico consapevole e mirato è possibile esplorare alternative, sfidare le proprie convinzioni limitanti e aprire la mente a nuove possibilità.

L’attenzione focalizzata nella New Age e nel mondo olistico

Il concetto di attenzione selettiva, che ha radici nella psicologia e nella ricerca cognitiva, è stato interpretato e adattato in vari modi nel contesto del movimento New Age (in italiano letteralmente “nuova era”) e delle pratiche olistiche.

In questo ambito, l’attenzione selettiva è spesso associata ai concetti di consapevolezza e focalizzazione mentale per raggiungere maggiori stati di benessere emotivo e spirituale.

Un esempio tipico di come questo concetto è stato incorporato nella New Age risiede nella pratica molto conosciuta della visualizzazione creativa.

Quest’ultima coinvolge l’utilizzo dell’attenzione focalizzata per creare immagini mentali positive e muoversi verso la manifestazione dei cambiamenti desiderati nella propria vita. In questa pratica, gli individui sono guidati a concentrare la loro attenzione su immagini o scene specifiche che rappresentano i loro obiettivi, desideri o intenzioni, sforzandosi di percepire anche le emozioni che proverebbero se questo obiettivo si fosse già realizzato.

Ad esempio, una persona potrebbe essere incoraggiata a rappresentarsi in modo vivido e dettagliato il raggiungimento di un obiettivo, come la guarigione da un sintomo fisico, un avanzamento professionale o l’inizio di una relazione sentimentale.

Durante questo processo di visualizzazione creativa, l’attenzione focalizzata è direzionata verso elementi positivi e costruttivi, escludendo quanto più possibile i pensieri negativi o gli ostacoli potenziali.

Questa pratica si basa sull’idea che l’attenzione focalizzata, quando indirizzata con sufficiente energia verso pensieri e immagini positive, può influenzare la percezione e l’esperienza stessa della realtà, portando ai risultati desiderati.


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Foto professionale della Dott.ssa Elisa Scala, medico psicoterapeuta a Novara
Ricevo a Novara e online

Medico psicoterapeuta

Sono iscritta all’Albo Professionale dei Medici dall’anno 2008, ed esercito la professione di Psicoterapeuta sia per mezzo di sedute online (via Zoom o Skype) che in presenza nel mio studio privato vicino al centro storico di Novara.

Perché medico psicoterapeuta?

Associare la Specializzazione in Psicoterapia della Gestalt alle conoscenze e all’esperienza di Medico mi permette di comprendere più aspetti dei disagi interiori delle persone che decidono di intraprendere un percorso di psicoterapia con me.

Questo porta a risultati tangibili per il paziente in termini di salute, benessere e serenità nella propria vita, il tutto in tempi mediamente più brevi rispetto alla psicoterapia tradizionale e senza limitarsi a quella che potrei definire come “terapia dell’ascolto”.

Dott.ssa Elisa Scala, medico psicoterapeuta a Novara