Ci sono persone che trascorrono tre, quattro o anche sei ore al giorno all’interno di una storia che non esiste. Hanno personaggi che conoscono da anni, trame che si sviluppano per stagioni intere, dialoghi che riprendono esattamente dove li avevano interrotti la sera prima. Camminano avanti e indietro per la stanza con le cuffie alle orecchie e, intanto, vivono. Poi si fermano, guardano l’orologio e scoprono che la giornata reale è passata senza di loro.
Il maladaptive daydreaming (in italiano sogno a occhi aperti disadattivo o disturbo da fantasia compulsiva) è la condizione che descrive questa esperienza. Non è pigrizia, non è mancanza di volontà e, soprattutto, non è follia: chi la vive sa perfettamente che quelle storie sono immaginarie. È il tempo che gli sfugge, non il contatto con la realtà.
Che cos’è il maladaptive daydreaming
Il termine è stato introdotto nel 2002 dallo psicologo clinico israeliano Eli Somer, che lo definì come un’attività fantastica talmente estesa da sostituire l’interazione umana e da interferire con il funzionamento scolastico, lavorativo o relazionale.
Tre elementi lo distinguono. Il primo è la qualità della fantasia: non si tratta di immagini isolate, ma di vere e proprie narrazioni con protagonisti ricorrenti, ambientazioni stabili e un carico emotivo intenso, spesso costruite negli anni come una serie che non finisce mai. Il secondo è la compulsività: l’immersione non è una scelta occasionale ma un bisogno, accompagnato da un desiderio insistente di rientrarci appena possibile e da una notevole difficoltà ad interromperla. Il terzo, quello che trasforma un’abitudine in un problema clinico, è il costo: ore sottratte allo studio, al lavoro, al sonno e alle relazioni, unitamente alla sensazione crescente di vivere la propria vita da un’altra stanza.
C’è un dettaglio che quasi tutti riconoscono immediatamente quando lo leggono per la prima volta e che, nella maggior parte dei casi, accompagna la fantasia: il movimento. Camminare in cerchio, dondolarsi, gesticolare, muovere le labbra, a volte ridere o parlare a mezza voce. E la musica che funziona da innesco e da colonna sonora, al punto che per molti senza le cuffie la storia non parte nemmeno.
Sognare a occhi aperti o “fare film mentali”? Dove passa il confine sottile
Fantasticare è normale ed è utile. La mente umana passa una porzione consistente della giornata altrove e, da quell’altrove, arrivano buona parte delle idee creative, della progettualità e della capacità di immaginare come andrà a finire una conversazione difficile. Il maladaptive daydreaming non è riassumibile banalmente con un “fantasticare troppo”, ma è un fenomeno qualitativamente diverso e la ricerca ha sviluppato strumenti specifici proprio per distinguerlo dal normale vagare della mente.
La differenza più netta riguarda l’intenzionalità. Il vagabondaggio mentale comune è involontario e frammentario: arriva mentre si guida o si legge una pagina senza registrarla e poi svanisce da solo. Il sogno a occhi aperti disadattivo viene invece avviato deliberatamente, spesso con un rituale preciso (le cuffie, un certo brano, un certo percorso nella stanza) e produce un assorbimento profondo, in cui gli stimoli esterni si attenuano.
La seconda differenza riguarda la continuità. Le fantasie disadattive non si esauriscono nell’episodio, ma proseguono per mesi o anni con una coerenza interna che la persona custodisce e perfeziona.
La terza, la più importante dal punto di vista clinico, non riguarda il contenuto ma la relazione con quest’ultimo. Non conta quante ore si passano immersi, ma se si riesce a smettere quando serve, se si rinuncia ad un impegno o ad un incontro per rientrare nella storia, se rimane una scia di vergogna e senso di colpa e se la vita reale si sta lentamente svuotando mentre quella immaginaria si arricchisce sempre più. Quando la risposta è sì, il problema non è più la fantasia in sé.
I sintomi del disturbo da fantasia compulsiva
Non esiste ancora una lista di criteri ufficialmente riconosciuta nei manuali diagnostici. La ricerca clinica ha però individuato un quadro piuttosto costante e nel 2017 Somer e collaboratori hanno proposto criteri diagnostici formali accompagnati da un’intervista clinica strutturata.
Il primo segnale è la durata. Si parla di ore quotidiane, non di minuti, spesso concentrate nei momenti liberi ma capaci di invadere anche le lezioni, il lavoro e le conversazioni. Il secondo è il bisogno impellente di riprendere una fantasia interrotta, con un fastidio marcato quando qualcosa la spezza.
C’è, poi, la difficoltà a fermarsi. Molte persone provano ripetutamente a smettere, si impongono regole, cancellano le playlist, cercano di stabilire dei confini e, immancabilmente, falliscono. Questo alimenta il terzo elemento, forse il più doloroso: la vergogna. Chi ne soffre raramente ne parla perché teme di essere considerato infantile o instabile e, spesso, arriva alla prima consultazione dopo anni di silenzio in cui la sua condizione è stata mantenuta dietro un velo di inconfessabilità.
Troviamo, infine, la compromissione concreta. Esami rimandati, scadenze mancate, inviti declinati, sonno spostato sempre più avanti nella notte. E un rapporto con le persone reali che diventa progressivamente più povero rispetto a quello con i personaggi immaginari che popolano la dimensione parallela.
Il ruolo dei movimenti e della musica
I movimenti ripetitivi che accompagnano la fantasia non sono un dettaglio marginale. La versione italiana della scala di valutazione più usata li considera una dimensione a sé, definita ritiro senso-motorio, distinta dall’interferenza con la vita quotidiana (Schimmenti et al., 2020).
Camminare avanti e indietro, dondolarsi, ruotare un oggetto, gesticolare: questi gesti tipici dello stimming sostengono l’immersione e la rendono più vivida. La musica funziona allo stesso modo. Un brano particolare apre la scena, ne detta il tono emotivo, a volte la fa ripartire da capo. È il motivo per cui molte persone descrivono le cuffie come un interruttore.
Non è psicosi, ed è più diffuso di quanto sembri
Va detto con chiarezza perché è la paura più comune di chi si riconosce in questa descrizione. Il maladaptive daydreaming non è una forma di psicosi. Non ci sono deliri né allucinazioni e l’esame di realtà resta intatto: la persona sa in ogni momento che i suoi personaggi non esistono. La sofferenza nasce proprio da questa consapevolezza, non dalla sua assenza.
Non è nemmeno una condizione rara. Uno studio epidemiologico condotto sulla popolazione generale adulta ha stimato una prevalenza intorno al 2,5% (Soffer-Dudek e Theodor-Katz, 2022). È una percentuale paragonabile a quella di diversi disturbi psicologici ben noti e ampiamente trattati. La differenza è che di questo si parla molto meno e che chi ne soffre spesso non sa nemmeno che abbia un nome.
Le cause del maladaptive daydreaming
Le radici sono più articolate di quanto suggerisca l’immagine della semplice fuga dal binario della realtà ordinaria. La ricerca degli ultimi vent’anni converge su tre piani che si intrecciano.
L’assorbimento dissociativo
È l’inquadramento oggi prevalente. La dissociazione, in questo senso, non è nulla di drammatico ed è descrivibile come la capacità della mente di allontanarsi dall’esperienza presente quando questa risulta insostenibile, vuota o semplicemente eccessiva da sostenere. Nel maladaptive daydreaming questa capacità diventa una porta che si apre da sola, sempre più spesso, e che nessuno riesce a chiudere.
Nel 2025 un gruppo internazionale di studiosi della dissociazione ha pubblicato sul British Journal of Psychiatry un documento che ne sostiene l’inclusione nei manuali diagnostici all’interno dei disturbi dissociativi. Tra i firmatari figurano anche due ricercatori italiani, Adriano Schimmenti e Alessandro Musetti.
Storia relazionale, trauma e vergogna
In molti casi la fantasia nasce presto, nell’infanzia o nella prima adolescenza, come forma di rifugio. Un ambiente emotivamente freddo, l’isolamento tra i pari, il bullismo, una relazione di attaccamento insicura o esperienze francamente traumatiche: il mondo interiore diventa il luogo dove si è visti, protetti e amati.
Non è, però, una regola priva di eccezioni ed è importante non trasformarla in un’equazione automatica. Molte persone con questa condizione non riportano traumi conclamati. Nel campione italiano, i punteggi più alti nella scala di valutazione specifica che vedremo fra poco risultavano associati ad esperienze traumatiche, dissociazione, alessitimia, attaccamento ansioso e, soprattutto, sentimenti di vergogna (Schimmenti et al., 2020). È spesso quest’ultima, più del contenuto delle fantasie, a mantenere il silenzio intorno al problema.
Il ciclo che si autoalimenta
Una volta avviata, la fantasia produce sollievo immediato. Calma l’ansia, riempie la noia, restituisce un senso di controllo e di valore. Questo sollievo la rende più probabile la volta successiva e progressivamente sempre più necessaria.
Da qui derivano le caratteristiche che ricordano le dipendenze comportamentali: il desiderio insistente, la perdita di controllo sul tempo, i tentativi falliti di ridurla. Questo meccanismo spiega bene perché la condizione si mantiene nel tempo, ma spiega meno perché è nata e le due domande vanno tenute ben distinte.
Maladaptive daydreaming, ADHD e autismo
La sovrapposizione con altre condizioni è frequente. Una meta-analisi del 2025 ha confermato l’associazione con vari quadri psicopatologici, in particolare ansia, depressione e sintomi ossessivo-compulsivi. Restano, in ogni caso, due distinzioni clinicamente importanti.
La prima riguarda l’ADHD. La disattenzione di chi ha un disturbo da deficit di attenzione si basa sulla mente che vaga in modo involontario e disorganizzato. L’immersione fantastica che caratterizza il maladaptive daydreaming è invece volontaria, coerente e gratificante. Sono fenomeni diversi e la ricerca ha sviluppato strumenti per differenziarli. Possono coesistere, ma non sono la stessa cosa e confonderli porta ad interventi che mancano il bersaglio.
La seconda riguarda l’autismo ed è il motivo per cui i movimenti ripetitivi meritano attenzione. Nel 2025 Somer e Soffer-Dudek hanno descritto il caso di un giovane adulto con diagnosi infantile di disturbo dello spettro autistico. La rivalutazione ha mostrato che le sue stereotipie non erano stimming autistico, ma il correlato motorio di un maladaptive daydreaming mai riconosciuto. Le difficoltà di comunicazione sociale, criterio necessario per l’autismo, non erano presenti.
È un caso singolo e non autorizza generalizzazioni. Segnala, però, un rischio concreto: un movimento ripetitivo può avere origini molto diverse e distinguerle richiede una valutazione clinica accurata.
È un disturbo riconosciuto?
Non ancora, e questa è la risposta onesta. Il maladaptive daydreaming non compare né nel DSM-5-TR né nell’ICD-11 come diagnosi autonoma. Chi ne soffre riceve quindi spesso etichette parziali: ansia, depressione, disturbo ossessivo-compulsivo ma, più di frequente, anche nessuna.
Il dibattito è però molto attivo. Chi sostiene il riconoscimento formale osserva che il quadro è specifico, riconoscibile e associato ad una sofferenza consistente, e che l’assenza di una categoria diagnostica lascia molte persone senza un trattamento mirato. Chi è più cauto ritiene che possa trattarsi di una strategia di coping estrema all’interno di quadri già noti. Il documento del 2025 sul British Journal of Psychiatry rappresenta la posizione più strutturata a favore del riconoscimento.
Per chi legge, la conseguenza pratica è una sola: l’assenza di un’etichetta ufficiale non significa che il problema non esista, né che non sia affrontabile.
Come si valuta: la MDS-16 e la sua versione italiana
Lo strumento di riferimento è la Maladaptive Daydreaming Scale a 16 elementi o item, sviluppata da Somer e collaboratori e validata in italiano da Schimmenti e colleghi nel 2020 su un campione di 468 persone. Indaga due dimensioni: quanto la fantasia interferisce con la vita e quanto è sostenuta da musica e movimento.
Vale però una precisazione. Online circolano molti test gratuiti che riprendono, in forma più o meno fedele, questa scala. Un questionario compilato da soli restituisce un numero, non una diagnosi. Può essere un punto di partenza utile per dare un nome a ciò che si vive, ma non distingue il maladaptive daydreaming da altre condizioni che gli somigliano, oltre a non dire nulla su come intervenire. Quella valutazione richiede necessariamente un colloquio clinico.
Che cosa può fare la psicoterapia
L’evidenza specifica su questa condizione è ancora limitata e sarebbe scorretto presentarla come consolidata. L’unico studio controllato randomizzato disponibile ha testato un programma online di otto settimane basato su mindfulness e automonitoraggio, con risultati incoraggianti su una parte dei partecipanti (Herscu et al., 2023).
Nel lavoro clinico, però, l’obiettivo raramente è “smettere di sognare”.
Togliere il rifugio senza costruire nulla al suo posto è insostenibile e, di norma, produce solo una ricaduta più intensa.
Il percorso procede piuttosto in tre direzioni.
La prima è capire che cosa la fantasia sta facendo. Ogni mondo interiore risponde ad un bisogno preciso: essere riconosciuti, sentirsi potenti, essere amati senza rischio, non sentire il dolore. Quel bisogno è reale anche quando lo scenario non lo è, e riconoscerlo è il passaggio che rende possibile tutto il resto.
La seconda riguarda la regolazione emotiva. Se la fantasia è il modo principale per gestire ansia, vuoto o rabbia, il lavoro consiste nell’ampliare il repertorio, sviluppando la capacità di restare in contatto con emozioni che finora venivano evitate. È il terreno su cui operano approcci come la psicoterapia della Gestalt e la Psicoterapia Intensiva Dinamica Breve (ISTDP).
La terza, quando la storia personale lo richiede, riguarda le esperienze che hanno reso necessario quel rifugio. Dove sono presenti eventi traumatici, l’EMDR offre uno strumento specifico per rielaborarli.
Accanto a questo hanno il loro posto anche interventi più concreti, tra cui monitorare il tempo trascorso in fantasia, riconoscere gli inneschi e ridurre gradualmente l’esposizione ai segnali che aprono la scena. Funzionano meglio quando accompagnano il lavoro sul significato, non quando lo sostituiscono.
Quando rivolgersi ad uno specialista
Il criterio non è la quantità di tempo, ma il danno. Se la fantasia sta erodendo lo studio o il lavoro, se il sonno si è spostato, se si rinuncia a vedere le persone per restare dentro la storia, se ci sono tentativi ripetuti e falliti di ridurla, allora vale la pena parlarne con un professionista.
In realtà, è raccomandabile farlo anche quando il funzionamento esterno regge. Molte persone con maladaptive daydreaming lavorano, studiano e superano gli esami, e proprio per questo rimandano per anni. Il costo, in quei casi, non è visibile dall’esterno, ma è la sensazione persistente di non essere del tutto presenti alla propria vita.
La valutazione richiede un professionista che conosca la condizione e sappia distinguerla da ADHD, disturbo ossessivo-compulsivo, quadri dissociativi e disturbi dello spettro autistico. La sovrapposizione tra questi quadri è la ragione per cui le diagnosi affrettate, in questo campo, sono particolarmente frequenti.
Domande frequenti sul maladaptive daydreaming
Chi arriva a cercare informazioni su questa condizione lo fa quasi sempre partendo dalle stesse domande. Le risposte che ho riportato in questa sezione servono per iniziare ad orientarsi, non per sostituire una valutazione clinica.
Come capire se si soffre di maladaptive daydreaming?
I segnali principali sono quattro: ore quotidiane trascorse in fantasie strutturate e ricorrenti, un bisogno impellente di riprenderle quando vengono interrotte, tentativi falliti di ridurle e una compromissione concreta di studio, lavoro, sonno o relazioni. Si aggiungono spesso movimenti ripetitivi e l’uso della musica come innesco.
La conferma richiede comunque una valutazione clinica.
Come fermare il maladaptive daydreaming?
Non esiste un metodo rapido, e i tentativi di sopprimere le fantasie con la sola forza di volontà in genere falliscono. Le strategie con qualche evidenza combinano mindfulness e monitoraggio del tempo trascorso in fantasia.
In psicoterapia il lavoro riguarda il bisogno emotivo che la fantasia soddisfa e lo sviluppo di modi alternativi di regolare le emozioni.
Il daydreaming può essere una malattia?
Sognare a occhi aperti è un’attività mentale normale e, in molti casi, utile. Diventa un problema clinico quando è compulsivo, occupa ore ogni giorno e compromette il funzionamento quotidiano. In questa forma non è ancora una diagnosi ufficiale nei manuali, ma è oggetto di ricerca clinica e può essere trattato.
Fare i film mentali è un disturbo?
Costruire scene immaginarie non è di per sé patologico. La differenza sta nella compulsività, nella durata e nelle conseguenze. Se i film mentali si possono interrompere quando serve e non tolgono spazio alla vita reale, rientrano nel normale funzionamento della mente.
Che rapporto c’è tra maladaptive daydreaming e ADHD?
Le due condizioni si presentano spesso insieme, ma non coincidono.
Nell’ADHD la mente vaga in modo involontario e frammentario, mentre nel maladaptive daydreaming l’immersione è volontaria, narrativamente coerente e gratificante. Distinguerle è fondamentale perché richiedono interventi differenti.
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Medico psicoterapeuta
Sono iscritta all’Albo Professionale dei Medici dall’anno 2008 ed esercito la professione di Psicoterapeuta sia per mezzo di sedute online (via Zoom, Teams o chiamata telefonica) che in presenza nel mio Studio privato vicino al centro storico di Novara.
Perché rivolgersi ad un medico psicoterapeuta?
Grazie alla sua duplice formazione medica e psicoterapeutica, un medico psicoterapeuta è in grado di valutare il paziente non solo dal punto di vista meramente psicologico, ma anche di considerare eventuali fattori biologici, medici e farmacologici che possono influenzare il disturbo, conflitto interiore o disagio portato dal paziente.
Questo permette una presa in carico olistica, in cui si possono trattare problematiche emotive, psichiche e fisiche in modo sinergico, personalizzando il percorso terapeutico per ottenere risultati più efficaci e duraturi.
I vantaggi tangibili per il paziente consistono in tempi mediamente più brevi rispetto alla psicoterapia tradizionale e senza limitarsi a quella che definisco come “terapia dell’ascolto”.
Dott.ssa Elisa Scala, medico psicoterapeuta a Novara
Fonti scientifiche
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Schimmenti, A., Sideli, L., La Marca, L., Gori, A., & Terrone, G. (2020). Reliability, validity, and factor structure of the Maladaptive Daydreaming Scale (MDS–16) in an Italian sample. Journal of Personality Assessment, 102(5), 689–701.
Soffer-Dudek, N., Somer, E., Spiegel, D., Chefetz, R., O’Neil, J., Dorahy, M. J., … Middleton, W. (2025). Maladaptive daydreaming should be included as a dissociative disorder in psychiatric manuals: Position paper. The British Journal of Psychiatry, 226(4), 238–242.
Soffer-Dudek, N., & Theodor-Katz, N. (2022). Maladaptive daydreaming: Epidemiological data on a newly identified syndrome. Frontiers in Psychiatry, 13, 871041.
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Somer, E., Soffer-Dudek, N., Ross, C. A., & Halpern, N. (2017). Maladaptive daydreaming: Proposed diagnostic criteria and their assessment with a structured clinical interview. Psychology of Consciousness: Theory, Research, and Practice, 4(2), 176–189.




