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I bias cognitivi sono distorsioni sistematiche nei processi di pensiero che condizionano la nostra interpretazione della realtà e la presa di decisioni senza che possiamo esserne consapevoli.

Queste deviazioni possono scaturire da schemi mentali, pregiudizi o filtri cognitivi di varia natura che portano a valutazioni irrazionali o a percezioni distorte del mondo esterno.

Sono fenomeni comuni e inevitabili nel processo decisionale umano, dal momento che sono integrati nel funzionamento stesso del cervello.

Come per tutto ciò che si attiva e agisce in automatico, al di sotto della superficie della consapevolezza, la loro influenza su di noi è per certi versi subdola.

Nell’articolo ti spiegherò nel dettaglio cosa sono i bias cognitivi, il loro significato, gli esempi pratici più diffusi e la rilevanza che ricoprono nell’ambito della psicologia umana.

Ti aiuterò anche a comprendere come riconoscerli e a vedere quando una decisione o valutazione è in realtà stata influenzata da un bias mentale che ha agito in automatico prima che tu potessi accorgertene.

Bias cognitivi, cosa sono

La parola “bias”, pur essendo un termine inglese, ha le sue radici nell’antica lingua provenzale francese, che a sua volta l’ha ereditata dal greco “epikársios“, con il significato di inclinato od obliquo.

Il bias cognitivo è, per definizione, una sorta di lente distorcente che filtra e colora in automatico le informazioni che riceviamo e le elabora in maniera alterata. Con questa modalità le nostre convinzioni e scelte conseguenti risultano modulate da pregiudizi inconsci, errori di ragionamento e deformazioni cognitive che operano prima che lo stimolo faccia il suo ingresso nel nostro campo di consapevolezza.

In questo possiamo vedere alcune analogie con quanto ti ho illustrato nell’articolo sull’attenzione selettiva e sulle relative teorie dei filtri cognitivi.

Bisogna sempre ricordare questo principio cardine: il cervello mette costantemente in atto una serie di misure volte a semplificare le informazioni complesse per riuscire a gestire la mole enorme di dati che lo raggiunge senza sosta.

Alcuni impulsi, input e stimoli vengono filtrati prima ancora di poter procedere verso una rielaborazione superiore, evitando così di impegnare i relativi circuiti, come ho descritto a fondo nell’articolo dedicato.

I bias mentali, in questo senso, sono utilizzati spesso per prendere decisioni in fretta e senza fatica, alla stessa stregua di una scorciatoia o di una strada rapida e priva di particolari attriti. In termini semplici, indicano la via di minore resistenza, la strada già conosciuta, quella che porta ad un output con il minor dispendio di energie.

I bias cognitivi hanno il significato di piccoli trucchi che la mente gioca su di noi, condizionando le nostre decisioni, opinioni e la stessa interpretazione della realtà che ci circonda.

Euristiche e bias cognitivi

Le euristiche e i bias rappresentano concetti chiave nella psicologia cognitiva, evidenziando il modo in cui il nostro cervello elabora le informazioni e prende decisioni.

L’origine del termine euristiche può essere rintracciata nella lingua greca, derivando da “heurískein“, che si può tradurre come trovare o scoprire.

Le euristiche sono processi mentali rapidi, semplificati ed intuitivi, in grado di accelerare e rendere più fluido il percorso decisionale, consentendo di ottenere subito una visione generica da cui giungere poi a conclusioni specifiche in tempi brevi.

L’euristica cognitiva opera attraverso un processo noto come sostituzione dell’attributo, che agisce in automatico tagliando fuori l’intervento della mente conscia.

Il meccanismo implica la semplificazione delle decisioni complesse rimpiazzando un attributo difficile da esaminare con uno più accessibile o più elementare. In pratica, quando ci troviamo di fronte ad una decisione articolata o ad una valutazione impegnativa, la mente rimpiazza l’attributo complicato con uno più facile da gestire.

La celerità con cui è in grado di completare l’elaborazione dell’input comporta però il rischio quasi certo di incorrere in uno o più bias cognitivi.

Un esempio comune è l’euristica della disponibilità, in cui assegniamo maggiore peso alle informazioni immediatamente disponibili nel nostro spazio mentale, spesso sopravvalutando eventi recenti o facilmente ricordabili.

Comprendere come bias ed euristiche suggestionano il pensiero è la via maestra per diventare consapevoli delle nostre inclinazioni cognitive e per adottare dinamiche più obiettive nella presa delle decisioni.

Anche se non lo approfondisco ulteriormente in questa sede, l’argomento è di centrale importanza nella psicologia comportamentale e per il campo della consulenza psicologica proprio perché spalanca una finestra sulla natura del pensiero umano e sulle strategie implementabili per migliorare la qualità delle decisioni.

Bias cognitivi, quanti sono?

Ci sono molti bias mentali che sono stati identificati e studiati in psicologia.

Classificare questi bias può però essere arduo proprio per via della loro natura complessa ed interconnessa. Vediamo alcune ragioni alla base di questa difficoltà, iniziando a citare alcuni esempi che analizzeremo poi nel dettaglio:

  1. Sovrapposizione. Molti bias cognitivi possono manifestarsi contemporaneamente ed influenzarsi reciprocamente. Ad esempio, il bias di conferma può alimentare il bias dell’ancoraggio, il che rende difficile distinguere tra i due.
  2. Dipendenza dal contesto. Alcuni bias mentali possono emergere solo in determinate situazioni o contesti, variando anche di molto a seconda delle circostanze. Questo rende difficile stabilire una classificazione rigida.
  3. Interpretazione soggettiva. La percezione dei bias può variare da individuo a individuo proprio perché dipende dall’interpretazione personale delle informazioni e delle esperienze.
  4. Intersezioni multidisciplinari. I bias cognitivi possono essere studiati da diverse prospettive disciplinari, tra cui psicologia cognitiva, economia comportamentale e neuroscienze. Queste diverse discipline possono adottare approcci concettuali e classificazioni differenti, aggiungendo ulteriore complessità alla categorizzazione dei bias mentali.
  5. Evoluzione delle evidenze. Il campo dei bias cognitivi è in continua evoluzione, con nuovi bias identificati e altri approfonditi nel corso del tempo. Questo sviluppo può rendere difficile mantenere aggiornate le classificazioni esistenti ed integrare nuove scoperte all’interno del panorama esistente.

In ogni caso, se vogliamo rispondere più precisamente alla domanda su quanti sono i bias cognitivi, determinati studi sono arrivati ad elencarne addirittura 200.

Alcuni di questi sono molto diffusi ed ognuno di noi ne sperimenta gli effetti con cadenza quotidiana.

Alla luce di quello che abbiamo visto sopra, non stupisce però che la quantità esatta possa variare a seconda della definizione specifica di bias e dei criteri utilizzati per identificarli.

Bias cognitivi, esempi pratici

La nostra mente si comporta come un vero e proprio laboratorio di generazione ed elaborazione di pensieri, emozioni e percezioni, che è chiamato a processare in continuazione una serie di input sia esterni che interni.

Come visto, in questa attività il nostro cervello sfrutta in leva una serie di semplificazioni e di distorsioni che ne aumentano l’efficienza.

I bias cognitivi sono pattern sistematici di deviazione dal ragionamento razionale o dalla valutazione obiettiva delle informazioni, che possono influenzare le nostre decisioni e i relativi giudizi in modo inconsapevole.

Rimane il fatto che non è semplice stilare un elenco completo dei bias cognitivi.

Nei prossimi paragrafi ti illustrerò in dettaglio gli esempi pratici più diffusi, dando però spazio anche a quelli un po’ più insoliti e che probabilmente non ti aspetteresti.

Bias cognitivo di conferma

Un ottimo punto di partenza è dato dal bias cognitivo di conferma, che ci spinge a cercare ed interpretare le informazioni reperibili all’esterno in modo da avvalorare le nostre convinzioni preesistenti, ignorando tutte quelle che le contraddicono o che comunque non sono del tutto allineate.

Una volta creato un binario di imprinting, le nuove esperienze non faranno altro che approfondire questo solco, senza esplorare altre modalità interpretative ed anzi cristallizzando ancora di più le convinzioni interne della persona.

Se vogliamo utilizzare un termine inglese, si può dire che la persona fa cherry picking (che letteralmente significa “raccolta di ciliegie”), ovvero in un insieme articolato di dati ed informazioni andrà a cogliere solamente quelle che risuonano con una convinzione già presente in lei, che in qualche modo quindi le fanno comodo.

La ragione è facile da vedere: se non vado a sfidare una credenza, anche se irrazionale, perderò molto meno tempo, genererò meno attriti e diminuirà la resistenza interna ed esterna rispetto ad una determinata situazione.

È quindi un sistema che si auto-alimenta, mantenendo il soggetto in un microcosmo interpretativo ed esperienziale che rischia di diventare sempre più asfittico e relegandolo entro il perimetro di un recinto auto-costruito.

Bias del senno di poi (o della conoscenza retrospettiva)

Il bias del senno di poi (in inglese hindsight bias) si manifesta tipicamente nell’ambito del gioco d’azzardo, delle scommesse in generale o anche delle previsioni sull’andamento dei mercati finanziari.

Si verifica quando, dopo aver appreso l’esito di un evento, si tende a percepire che era più prevedibile di quanto in realtà lo fosse prima del suo accadimento. In altre parole, dopo che qualcosa è successo, siamo inclini a credere che avremmo potuto presagirlo più chiaramente di quanto fosse effettivamente possibile al momento.

Nel gioco d’azzardo, l’hindsight bias condiziona la percezione retrospettiva delle probabilità di vincita o di perdita in base agli esiti precedenti.

Vediamo adesso un paio di declinazioni concrete di questo bias:

  1. Dopo una vincita. Se un giocatore ha successo in una scommessa, potrebbe essere incline a credere retrospettivamente che la vittoria fosse più pronosticabile di quanto lo fosse realmente al momento della giocata. La conseguenza più immediata può essere una sovrastima delle proprie capacità di previsione o di intuizione nell’ottica di giocate future.
  2. Dopo una perdita. Al contrario, se un giocatore perde, potrebbe retrospettivamente credere che la perdita fosse più ovvia di quanto lo fosse effettivamente al momento della scommessa. Questo potrebbe portare a dinamiche di autocritica anche severa, con il giocatore che pensa che avrebbe potuto o dovuto prevedere l’esito negativo.

L’hindsight bias porta con sé delle conseguenze piuttosto insidiose nell’ambito dell’approccio al gioco d’azzardo, come la tendenza a fare scommesse basate su percezioni ingannevoli delle reali probabilità di vincita o perdita.

Bias della rappresentatività

Il bias della rappresentatività, detto anche euristica della rappresentatività, è un bias mentale che si manifesta quando le persone giudicano la probabilità di un evento basandosi sulla sua somiglianza o sovrapponibilità con schemi preesistenti o stereotipi, piuttosto che sulla probabilità statistica oggettiva.

In altre parole, tendiamo a fare previsioni o valutazioni basate su quanto un’esperienza od un individuo assomigli ad uno schema mentale o ad un’informazione che fa già parte di noi, spesso trascurando i dati più ampi e le informazioni statistiche complete.

Per quanto riguarda le persone, andiamo ad esempio a scovare un’immagine preesistente nel nostro cervello e la associamo istantaneamente al soggetto che abbiamo di fronte. Da qui possiamo inferire delle conclusioni che spesso sono del tutto non veritiere, come un rapporto di parentela tra due persone. A volte effettivamente funziona, ma in altre casistiche ci può portare a commettere delle gaffe non indifferenti.

Ad esempio, se vediamo una persona con caratteristiche che associamo ad una particolare professione, potremmo sovrastimare la probabilità che l’individuo effettivamente svolga quel lavoro, ignorando le reali possibilità basate sulla distribuzione delle professioni nella popolazione normale.

Riconoscere il bias della rappresentatività è cruciale per prendere decisioni più obiettive e basate su un insieme più grande di dati disponibili (la totalità in molti casi sarebbe una pretesa forse eccessiva), specialmente quando si tratta di previsioni probabilistiche.

Bias dell’autonomia

Il bias dell’autonomia, detto anche overconfidence nella conoscenza, è una dinamica cognitiva che scende in campo quando sovrastimiamo la nostra capacità di controllare il corso degli eventi e di influenzarne i relativi esiti.

Questo bias può portare ad una percezione distorta della nostra facoltà di prendere decisioni autonome. Le persone tendono a sottostimare l’incertezza e gli elementi non controllabili nelle varie situazioni, auto-attribuendosi una possibilità sproporzionata di controllo.

Ad esempio, un individuo crede in maniera fallace di detenere una padronanza significativa sull’andamento di un investimento finanziario nel mercato azionario, ignorando gli inevitabili fattori esterni ed impredicibili anche da parte degli analisti più esperti che possono invece portare a rendimenti più bassi.

Vediamo questo bias all’opera nel campo della protezione assicurativa

Un altro ambito tipico in cui si manifesta questo bias mentale è quello delle assicurazioni e della cosiddetta alfabetizzazione assicurativa. Secondo il Rapporto Ivass su Conoscenza e Comportamento Assicurativo in Italia realizzato dall’Università di Milano-Bicocca e Doxa, solo una minoranza della popolazione italiana dimostra una piena comprensione dei prodotti assicurativi.

Per dare qualche numero, il 60% delle persone ritiene di padroneggiare i tre principali concetti assicurativi (premio, franchigia e massimale), ma poi nella realtà chi risponde senza errori è solo il 13,9%. La differenza tra percepito e realtà è quindi enorme. Il 68,7% delle persone, con una prevalenza del genere maschile (72,3%), manifesta poi un alto grado di fiducia nelle proprie competenze in campo assicurativo, mostrando una propensione a non fare affidamento né sui suggerimenti degli assicuratori né su fonti informative esterne.

Qui possiamo vedere il bias dell’autonomia all’opera, rendendo anche conto del motivo per cui gli italiani dal punto di vista assicurativo si proteggono poco e male, spesso senza comprendere a fondo il reale campo di tutela di una polizza stipulata e le sue eventuali esclusioni.

Riconoscere il bias dell’autonomia è essenziale per mantenere il più possibile una visione realistica delle proprie capacità e per evitare decisioni basate su una percezione distorta del controllo.

Bias di gruppo (o groupthink)

Il bias di gruppo è un fenomeno psicologico in cui le persone tendono a conformarsi o ad adottare opinioni simili a quelle del gruppo a cui appartengono, anche a scapito delle proprie convinzioni personali o delle evidenze contrarie. Questo bias va inevitabilmente a condizionare la presa di decisioni, la valutazione di informazioni e persino le interazioni sociali.

In questo, la mancanza di una piena consapevolezza della propria individualità può portare ad un adattamento acritico alle aspettative sociali e collettive, lasciando uno spazio ridotto per i propri desideri personali.

Solo per fare un breve approfondimento, la società collettivista è caratterizzata da un tessuto sociale in cui il benessere del gruppo è posto al di sopra del benessere individuale.

Qui il senso di identità personale può essere fortemente influenzato o limitato dal gruppo di appartenenza, come la famiglia, la comunità o l’etnia.

Questa visione si manifesta in modo particolare nella maggior parte dei Paesi asiatici, dove l’individuo in linea generale è meno importante rispetto alla collettività e dove le dinamiche e le caratteristiche del gruppo tendono ad avere il sopravvento.

Nel contesto del bias di gruppo, le persone possono sentirsi inclini a seguire la maggioranza o ad aderire alle posizioni prevalenti all’interno di una compagnia, spesso per via del bisogno di appartenenza o per evitare il conflitto.

Questo fenomeno può verificarsi in varie situazioni, come riunioni di lavoro, dibattiti politici o anche dinamiche familiari.

Bias del sopravvissuto

Tra i bias cognitivi, uno sicuramente molto insidioso è il cosiddetto bias del sopravvissuto (in inglese survivorship bias) che si verifica quando si presta maggiore attenzione agli oggetti, alle esperienze o alle persone che hanno superato eventi drammatici o situazioni rischiose, oppure anche raggiunto traguardi importanti e di pregio, ignorando tutti quelli che non hanno avuto la stessa fortuna o che per una serie di ragioni non ce l’hanno fatta.

Questo bias cognitivo può condurre a conclusioni erronee o valutazioni deviate, proprio per il fatto che ciò che è sopravvissuto (e che quindi possiamo vedere o ci viene presentato) non rappresenta praticamente mai l’intera gamma di possibilità o risultati.

Un esempio classico è quello di analizzare i danni di un aereo che ritorna da una missione e decidere di rinforzare solo le parti che presentano lesioni, ignorando del tutto le zone che non hanno subito danni visibili. Il fatto che non abbiano riportato danneggiamenti non significa in automatico che siano intrinsecamente più resistenti, ma magari semplicemente che non sono state colpite.

I segmenti del velivolo che sono rientrati senza alterazioni visibili potrebbero comunque essere vulnerabili o potenzialmente soggetti a danni se fossero stati presi di mira. Concentrandosi solo sulle sezioni vistosamente incidentate, si trascura la valutazione globale della vulnerabilità dell’aereo.

Un’altra casistica classica è data da chi riesce ad ottenere successo in una nuova attività imprenditoriale o in una speculazione finanziaria. Presentando solamente i dati e le informazioni relative a chi ce l’ha fatta (in genere una piccola percentuale inferiore al 5%), si ignora totalmente il numero anche considerevole di persone che hanno ottenuto risultati mediocri o perfino nulli, indipendentemente dalle ragioni che vi stanno dietro.

L’aspetto subdolo è che non vi è alcuna menzogna in questo, ma solo un’omissione di informazioni che invece sarebbero rilevanti per poter disporre di un quadro completo.

Bias dell’ancoraggio

Un altro bias è quello dell’ancoraggio (o trappola della relatività), che ci fa operare stime o decisioni basate su un punto di riferimento iniziale, noto come “àncora”, anche se tale riferimento potrebbe essere irrilevante o del tutto arbitrario rispetto alla panoramica complessiva.

Ci si àncora, quindi, ad un elemento singolo o ad insieme molto limitato di elementi e sulla base di questi si prendono risoluzioni anche rilevanti.

La nostra mente non lavora mai nel vuoto: quando si trova, ad esempio, di fronte ad un prodotto inedito deve sempre ricercare un elemento di ancoraggio derivato dal prodotto percepito come più simile per poter operare una valutazione, ad esempio, sulla ragionevolezza di un determinato prezzo o sulla modalità di presentazione dello stesso.

Un esempio classico di bias dell’ancoraggio può infatti essere riscontrato in situazioni di contrattazione e negoziazione.

Immaginiamo che due individui stiano negoziando il prezzo di un’auto usata. Il venditore esordisce chiedendo un corrispettivo di partenza molto alto, ad esempio 20.000€. Anche se questo prezzo potrebbe essere ben al di sopra del valore effettivo di mercato, ha in qualche modo ancorato la prospettiva iniziale del compratore, fornendo un punto di riferimento. Nel prosieguo delle negoziazioni il venditore abbassa il prezzo, ad esempio, fino a 15.000€ ed il cliente risulta più propenso a percepire questa riduzione come un affare, anche se il prezzo potrebbe essere ancora superiore al valore reale dell’auto.

Il punto di ancoraggio iniziale, anche se arbitrario, ha quindi influenzato la percezione del compratore sul range di prezzo ragionevole, creando un bias nell’elaborazione successiva delle informazioni e pilotando la sua decisione.

Passiamo adesso ad approfondire altri bias cognitivi meno frequenti ma comunque molto interessanti e utili da conoscere. Alcuni presentano tratti in comune tra di loro, mentre altri potrebbero sembrare in apparente contraddizione, ma nella realtà rappresentano solo declinazioni alternative che si possono attivare di volta in volta se sussistono le condizioni.

Bias dello status quo (o resistenza al cambiamento)

Il bias dello status quo si manifesta quando le persone mostrano una preferenza per la permanenza della situazione corrente rispetto a qualsiasi cambiamento anche minoritario.

Come per gli altri bias cognitivi, anche questo va ovviamente a condizionare le decisioni e le scelte quotidiane, spingendo i soggetti a preservare l’assetto attuale anche quando ci sono opzioni migliori a disposizione.

Ad esempio, nelle decisioni finanziarie, un individuo potrebbe preferire il mantenimento dei propri investimenti attuali piuttosto che valutare lo spostamento anche parziale verso altri strumenti finanziari con un profilo rischio-rendimento magari più favorevole.

Il bias dello status quo favorisce il radicamento nella ben nota zona di comfort, o comfort zone, e la resistenza al cambiamento, portando ad una sorta di inerzia decisionale.

Ogni mutamento comporta infatti una specifica soglia di attivazione più o meno alta. Se questa non viene superata, permane la situazione attuale, con tutti i suoi vantaggi ma anche i suoi limiti.

Le decisioni impegnative, come un cambio di casa, sottendono una soglia molto più elevata, per cui la perpetuazione dello status quo è la soluzione più probabile anche se un eventuale spostamento di luogo potrebbe essere migliorativo.

Se la soglia di attivazione è più alta, ci devono essere elementi di dolore o di disagio particolarmente forti nella situazione attuale che agiscano come propellente, oppure la bilancia tra il livello presente e la prospettiva futura deve pendere nettamente a favore di quest’ultima.

Bias di memoria

Il bias di memoria agisce in modo tale che le esperienze passate vengono reinterpretate o ricordate in modo distorto, modellate dalla percezione presente o dalle convinzioni personali. Le persone tendono così a filtrare e manipolare i ricordi in modo da confermare o supportare le loro attuali credenze o stati emotivi.

Questo tipo di bias mentale può manifestarsi in diverse forme, come la selettività della memoria, dove si ricordano più vividamente gli eventi in linea con le attuali opinioni, o la rimozione di dettagli che potrebbero contrastare con le convinzioni presenti.

Ad esempio, in una discussione del passato, un individuo potrebbe ricordare in modo più prominente gli argomenti che supportavano la sua posizione, omettendo ed ignorando tutti quelli contrari.

Il bias di memoria può plagiare il modo in cui le persone percepiscono sé stesse, gli altri e le situazioni passate, creando una versione della realtà deformata a partire dalla prospettiva attuale.

Bias di omissione

Il bias di omissione (detto anche pregiudizio di omissione) fa prediligere scelte che comportano la passività, la mancanza di azione e l’evitamento al posto dell’azione, anche quando sussistono dei rischi oggettivi nel rimanere dove si è.

Anche se le analogie con il bias dello status quo sono evidenti, qui si tratta principalmente del giudizio etico che tende a prediligere la via dell’immobilità e della staticità.

Ad esempio, potrebbe verificarsi quando ci si trova a valutare due situazioni simili, una delle quali comporta una commissione (azione) e l’altra un’omissione (inazione). Le persone potrebbero essere inclini a giudicare con maggiore severità l’azione positiva rispetto all’omissione e alla passività, anche se entrambe le situazioni hanno conseguenze morali comparabili.

In questo si tende erroneamente a credere che una mancata azione sia eticamente neutra, che non crei karma, mentre il lanciarsi energicamente in una qualsiasi azione volta a modificare una determinata congiuntura sia potenzialmente molto più a rischio di conseguenze anche morali.

Bias del presente

Il bias del presente è un filtro cognitivo in cui le persone attribuiscono una rilevanza ingigantita agli effetti attuali, direttamente fruibili, rispetto a quelli passati o futuri. In questo modo le decisioni sono orientate all’ottenimento di una gratificazione immediata, trascurando la possibilità di ottenere ricompense future più solide e durature.

Il presente viene quindi visto come più solido ed impattante rispetto al futuro ed allo stesso passato, i cui ricordi vengono compattati e scremati.

Questo bias influisce sulla nostra percezione del tempo e delle esperienze, portando spesso a valutazioni ingannevoli nelle varie fasi della vita.

Il bias del presente può ovviamente arrivare a condizionare le decisioni di ogni giorno alla luce del fatto che le persone sono più inclini a dare maggiore peso ai risultati godibili nell’immediato rispetto alle lezioni apprese dal passato o alle prospettive di crescita futura.

Un’altra declinazione del bias del presente può essere visto nella tendenza a dare maggiore importanza al valore di un parametro che possiamo osservare in quel momento, andando a proiettare quello specifico assetto anche nel futuro e a ritenere così più probabile la persistenza di quel valore. Questo è certamente vero per i momenti immediatamente futuri, ma spostandoci più in là nel tempo aumenta progressivamente la probabilità che il valore possa modificarsi anche radicalmente.

Un esempio di questo è riscontrabile nelle previsioni del tempo cosiddette long-range o anche stagionali. Dal momento che vengono inevitabilmente stilate a partire da un particolare assetto presente, quel tipo di impostazione verrà in automatico ritenuta come la più probabile anche nelle settimane e mesi successivi. Il pattern di quel momento impone così una sorta di impronta che risulta difficile da modificare, e che orienterà la predizione stessa.

Bias del pavone

Il bias del pavone è un termine che si riferisce ad un fenomeno sociale in cui le persone tendono a sovrastimare le proprie abilità, competenze od attrattive rispetto alla realtà oggettiva dei fatti.

Questo bias trae ispirazione dal comportamento del pavone maschio, noto per estendere la sua vistosa coda colorata in modo spettacolare per attirare l’attenzione ed impressionare le femmine.

Nell’ambito umano, il bias del pavone si manifesta quando gli individui presentano un’immagine di sé con tratti eccessivamente positivi, spesso esagerando le proprie qualità al fine di ottenere approvazione sociale o di migliorare la propria autostima.

Questo fenomeno si rispecchia anche nelle dinamiche interpersonali perché, come facilmente immaginabile, la percezione distorta delle proprie capacità può portare a malintesi o fraintendimenti nelle interazioni quotidiane.

Bias della negatività

Il bias della negatività è molto diffuso e può essere descritto come un’attrattività eccessiva, a tratti quasi morbosa, esercitata sul nostro cervello dagli elementi negativi, che vengono considerati come quelli più importanti.

Anche nei ricordi le esperienze dolorose ed emotivamente sconvolgenti trovano uno spazio molto maggiore rispetto agli accadimenti gratificanti, che in genere risultano compattati e assottigliati nella memoria.

Questa distorsione cognitiva fa sì che la persona tenda in automatico ad attribuire un peso maggiore ai propri errori e agli elementi negativi o di dolore, finendo con una sottovalutazione dei successi e delle competenze acquisite.

È molto facile così peggiorare la percezione di una prestazione o di un risultato raggiunto, dato che gli elementi negativi vengono magnificati e quelli positivi contratti, soffocati o non riconosciuti del tutto.

Bias di azione

Il bias di azione, noto anche come bias di azione eccessiva o effetto dell’azione, è un fenomeno psicologico che si manifesta quando le persone tendono a prediligere l’azione rispetto all’inazione, anche quando la decisione di agire o non agire dovrebbe essere oggettivamente equivalente.

Questo bias riflette la nostra inclinazione innata a fare qualcosa anziché rimanere inattivi, spesso guidati da una percezione distorta del controllo o dalla paura di perdere opportunità preziose che potrebbero sfuggirci per sempre (in inglese detta anche FOMO, Fear Of Missing Out).

In sostanza, le persone tendono ad agire anche quando potrebbe essere più vantaggioso o prudente prendere decisioni maggiormente ponderate.

Un esempio comune di bias di azione può verificarsi nei mercati finanziari. Gli investitori potrebbero essere tentati di vendere o acquistare azioni in risposta a fluttuazioni di breve termine di un indice di Borsa, anche se una strategia a lungo termine potrebbe essere più prudente.

Questo bias si differenzia rispetto al già visto bias di omissione e al bias dello status quo, ma nella maggior parte dei casi trova applicazione in ambiti diversi.

Il bias cognitivo forse più influente: l’inganno percettivo del “ciò che vedi è tutto ciò che c’è”, o WYSIATI

Nel complesso panorama dei bias cognitivi, ho lasciato per ultimo quello che ritengo il più importante e impattante e che più di tutti edifica letteralmente un recinto percettivo entro cui la persona si muove, interagisce e prende decisioni che possono determinare tutto il corso della propria esistenza.

Sto parlando del bias WYSIATI.

Il bias cognitivo “ciò che vedi è tutto ciò che c’è” (in inglese “What You See Is All There Is”, o WYSIATI) è una distorsione percettiva comune che incide profondamente sul modo con cui percepiamo e comprendiamo il mondo che ci circonda.

È un concetto coniato dallo psicologo Daniel Kahneman nel suo libro “Thinking, Fast and Slow”. Questo bias riflette la tendenza delle persone a formulare giudizi basati solo sulle informazioni direttamente disponibili, ignorando invece tutto ciò che potrebbe essere al di fuori del loro campo di conoscenza o della loro vista.

In altre parole, quando le persone analizzano una situazione o si trovano a prendere delle decisioni, spesso si affidano solo alle informazioni di cui sono consapevoli al momento, omettendo di considerare dati più ampi o prospettive aggiuntive.

Il problema fondamentale è che noi non sappiamo ciò che in quel momento non vediamo.

Facciamo supposizioni e deduzioni partendo da ciò che possiamo osservare direttamente, tralasciando le informazioni nascoste o comunque non evidenti a prima vista.

Nella maggior parte dei casi ciò che è visibile e tangibile diventa la nostra unica base di giudizio. Questo può condurre a valutazioni incomplete o errate delle circostanze.

Riconoscere il bias WYSIATI è fondamentale per migliorare la qualità delle decisioni, tornando ad una valutazione più approfondita e inclusiva dei dati a disposizione.

Lo schema mentale: la struttura cognitiva che semplifica il lavoro del nostro cervello

Nella prima parte dell’articolo ho accennato allo schema mentale. Per comprendere appieno la dinamica dei bias cognitivi è importante conoscere almeno le basi anche di questo argomento.

Lo schema mentale rappresenta una struttura cognitiva, un principio organizzativo, una sorta di modello di pensiero che organizza le informazioni e la modalità specifica di elaborazione delle esperienze da parte del nostro cervello.

Gli schemi mentali ci aiutano ad interpretare il mondo attorno a noi, influenzando come percepiamo e rispondiamo alle situazioni che di volta in volta si presentano.

Potremmo vederli anche come dei preconcetti che preesistono, appunto, all’esposizione ad un’esperienza od informazione, che quindi non avrà la possibilità di essere elaborata in maniera “neutra”.

Nel momento in cui uno schema mentale è operativo, il cervello non procede più con un’analisi specifica della situazione contingente.

Gli schemi mentali condizionano la nostra vita in modo profondo. Si radicano in noi spesso durante l’infanzia o comunque i primi anni di vita, inducendoci poi ad elaborare gli accadimenti ed i fatti in maniera tutto sommato prevedibile, in un circolo vizioso che alimenta pregiudizi o valutazioni che spesso si discostano dall’oggettività.

Per certi versi possono essere assimilabili alle convinzioni, essendo del tutto automatici e non avendo bisogno della coscienza per funzionare.

Schemi mentali, esempi

Un esempio di schema mentale radicato nella società suggerisce che l’essere di bell’aspetto e attraenti sia indicativo di maggiore intelligenza o successo. Come conseguenza, le persone sono involontariamente portate a valutare gli altri in base a criteri estetici. Questo schema mentale alimenta inevitabilmente dei giudizi affrettati sul valore di un individuo, trascurando qualità più rilevanti come le competenze specifiche o l’empatia.

Ci sono, ovviamente, anche schemi mentali disfunzionali.

Un esempio di schema mentale disfunzionale può essere riscontrato nel cosiddetto perfezionismo patologico. In questo paradigma, un individuo si impone standard irrealistici e inaccessibili per sé stesso in uno o più ambiti della vita. Questa persona crede che il proprio valore non sia intrinseco e legato all’essere, ma vincolato al raggiungimento di risultati impeccabili in termini di prestazioni lavorative, relazioni interpersonali, aspetto fisico o altro. Anche la dimensione del piacere viene qui inquinata da un doverismo patologico che la soffoca e la stritola, togliendo buona parte del gusto della vita quotidiana.

Questa mentalità può portare ad una costante insoddisfazione, sintomi d’ansia e autosvalutazione, proprio perché gli standard autoimposti sono così elevati che è virtualmente impossibile soddisfarli. Il perfezionismo patologico può, tra le altre cose, ostacolare il raggiungimento di traguardi più realistici, dato che la paura del fallimento spesso può bloccare l’azione.

“Nessuna cosa ci inganna più del nostro stesso giudizio.”

(Leonardo Da Vinci)

Cosa fare se si riconosce di avere un bias cognitivo

È importante acquisire coscienza dei bias cognitivi integrati in noi e cercare prima di tutto di vedere come operano nella nostra interazione con la dimensione esterna.

Ciò che percepiamo entra infatti direttamente a far parte della nostra realtà, indipendentemente da come è stato generato o filtrato.

Come individui, dobbiamo però essere disposti ad andare oltre ciò che possiamo vedere inizialmente.

È come trovarsi in una stanza grande e solo parzialmente illuminata da una luce posizionata alle nostre spalle. Tutta la superficie della stanza che rimane al buio ha una sua esistenza concreta tanto quella illuminata, solo che non la possiamo vedere. Se ci basiamo esclusivamente su ciò che i nostri occhi possono scorgere, ci rappresenteremo solo una piccola percentuale della realtà.

Quanto piccola, non lo sappiamo.

Per aumentare il raggio di luce proiettata, ed uscendo dalla metafora, risulta molto utile fare uno sforzo per cercare informazioni aggiuntive e da fonti diverse, ascoltare le esperienze degli altri e cercare di comprendere le molteplici sfaccettature delle varie situazioni che ci si presentano davanti.

Questo approccio ci aiuterà a prendere decisioni più ponderate, ad evitare per quanto possibile i pregiudizi e a ridurre l’influsso che i bias cognitivi esercitano sulla nostra visione della realtà.

In realtà questo è un processo più difficile di quanto possa sembrare a prima vista, anche perché va a sfidare la naturale inerzia della mente e la sua tendenza a seguire la via di minor resistenza.

Il bias mentale in fondo riduce la fetta di ambiente di cui facciamo esperienza, è un limite che serve per far funzionare quanto più possibile la nostra mente tramite il pilota automatico, risparmiando energie psichiche.

Processare informazioni nuove richiede impegno e attenzione, ma è un passaggio fondamentale nell’ottica di apprendimento e di crescita.

Il bias in psicologia: i 3 passi del lavoro concreto

Come nel lavoro sulle dinamiche psicologiche, il primo passo è diventare consapevoli della presenza di questi bias cognitivi e di come agiscono in concreto. Solo a consapevolezza acquisita è poi possibile intervenire direttamente con azioni correttive, da applicare volontariamente e con un obiettivo specifico.

Riconoscere l’esistenza di queste dinamiche è infatti essenziale per prendere decisioni più consapevoli e ridurre le distorsioni cognitive nei processi valutativi.

Un secondo punto che risulta molto utile è imparare a interrogare le nostre convinzioni e schemi mentali, letteralmente a sfidarli. Tutte le volte che cogliamo uno schema di valutazione, un’idea consolidata in noi, una modalità percettiva, isoliamola da tutto il resto e chiediamoci da dove provenga.

Perché pensiamo quella cosa? Perché la pensiamo in quel modo?

Ancora, da dove proviene quel pensiero o quella convinzione che esibiamo con incrollabile certezza?

L’abbiamo introiettata dai nostri genitori, dalla società, dagli educatori, dal gruppo di amici di riferimento, dai mass media?

Quanto abbiamo verificato la base di veracità su cui si fonda?

Nella maggior parte dei casi, ci troveremo a constatare che queste convinzioni trovano in loro stesse la propria ragione di sussistere. Hanno importanza per noi solo per il fatto di esistere, ma nel 99% non conosciamo la loro vera origine se non la indaghiamo adeguatamente.

Come terzo passaggio, altre modalità utili per mitigare l’influenza dei bias cognitivi sono l’esplorazione di punti di vista diversi con un vero e proprio cambio di prospettiva, l’utilizzo del pensiero laterale (una specifica modalità di risoluzione di problemi pratici che prevede l’osservazione della questione da diversi angoli) e l’adozione di una mentalità il più possibile aperta.

Una parte del lavoro di psicoterapia olistica passa attraverso la ristrutturazione di determinati processi mentali, in modo da riconsegnare al paziente la possibilità di effettuare scelte di vita più in risonanza con il suo sentire profondo. Questo porta all’aumento del numero di gradi di libertà a disposizione.

Stiamo qui ovviamente parlando di un processo e non di un interruttore on-off, in cui i confini percettivi e di interazione di cui ho parlato prima vengono gradualmente ma inesorabilmente allargati, includendo nuove porzioni di realtà esterna, nuove opzioni, nuovi campi di possibilità.

Avere più opzioni significa, in ultima analisi, avere più potere nelle proprie mani.


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Foto professionale della Dott.ssa Elisa Scala, medico psicoterapeuta a Novara
Ricevo a Novara e online

Medico psicoterapeuta

Sono iscritta all’Albo Professionale dei Medici dall’anno 2008, ed esercito la professione di Psicoterapeuta sia per mezzo di sedute online (via Zoom o Skype) che in presenza nel mio studio privato vicino al centro storico di Novara.

Perché medico psicoterapeuta?

Associare la Specializzazione in Psicoterapia della Gestalt alle conoscenze e all’esperienza di Medico mi permette di comprendere più aspetti dei disagi interiori delle persone che decidono di intraprendere un percorso di psicoterapia con me.

Questo porta a risultati tangibili per il paziente in termini di salute, benessere e serenità nella propria vita, il tutto in tempi mediamente più brevi rispetto alla psicoterapia tradizionale e senza limitarsi a quella che potrei definire come “terapia dell’ascolto”.

Dott.ssa Elisa Scala, medico psicoterapeuta a Novara