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La gelosia retroattiva, conosciuta anche come sindrome di Rebecca, è una forma particolare di gelosia con caratteristiche paranoiche che si concentra sul particolare passato del proprio partner.

Come tutte le altre forme di gelosia, è un fenomeno psicologico articolato che può influenzare profondamente le dinamiche di un rapporto di coppia, soprattutto se non gestito adeguatamente.

Se vogliamo definirla in tre parole, è il fantasma dell’ex, un’ombra quotidiana che aleggia in un rapporto, una presenza ingombrante che rischia di non lasciare sufficiente spazio al nuovo.

In questo articolo illustrerò i segreti della gelosia retroattiva o sindrome di Rebecca, spiegando tutti i suoi segnali, il significato psicologico e come superarla anche grazie al supporto di un percorso di psicoterapia. Dedicherò anche spazio alle cause generali che stanno alla base del perché si è gelosi, includendo quindi la gelosia ossessiva.

Cos’è la gelosia retroattiva?

La gelosia retroattiva si manifesta nel momento in cui si sperimentano sentimenti di gelosia in relazione ai trascorsi sentimentali del partner.

Questo può derivare da una serie di fattori, tra cui insicurezza e bisogno di conferme, bassa autostima e paura di non essere all’altezza delle esperienze precedenti della persona con cui abbiamo iniziato una relazione.

I segnali di gelosia retroattiva possono includere pensieri ossessivi riguardo ai trascorsi del partner, il desiderio compulsivo di indagare su tutti i dettagli intimi, talora morbosi, delle storie precedenti e una costante ricerca di conferme sul proprio valore nella vita del compagno o compagna.

Questi comportamenti possono molto facilmente alimentare tensioni nella coppia e avere un impatto negativo sulla qualità stessa del rapporto.

La gelosia retroattiva riflette in genere una mancanza di fiducia in sé stessi e una continua necessità di ricevere approvazione e conferme dall’esterno. Questo fenomeno può affondare le sue radici in esperienze passate, come ferite emotive non risolte o relazioni precedenti che hanno lasciato cicatrici profonde.

Sindrome di Rebecca libri. Le sue origini letterarie

La gelosia retroattiva, detta anche gelosia del passato, è comunemente nota come la sindrome di Rebecca in riferimento alla figura di Rebecca de Winter nell’omonimo romanzo “Rebecca, la prima moglie”, scritto e pubblicato da Daphne du Maurier nel 1938.

Nel romanzo, la protagonista nonché narratrice senza nome conosce a Montecarlo il facoltoso vedovo Maxim de Winter, caratterizzato da un carattere ombroso e scostante. Dopo un breve corteggiamento di appena due settimane Maxim, con una freddezza perfettamente in linea con il suo temperamento, fa la sua proposta alla giovane ragazza che aveva compiuto da poco vent’anni: sposarlo e andare a vivere con lui nella maestosa dimora di Manderley, in Cornovaglia. Accettando, la protagonista abbandona la sua vita precedente.

In ogni caso, come prevedibile il trasferimento a Manderley porta con sé una serie di difficoltà per la nuova Signora de Winter nel tentativo di adattarsi ad un ambiente ricercato e a cui non è per niente avvezza. La sua introversione e il modo di fare impacciato contrastano nettamente con il ricordo vivido lasciato dalla defunta Rebecca de Winter, precedente moglie di Maxim, venuta a mancare tragicamente in un incidente sul suo panfilo.

La servitù della tenuta, con un atteggiamento piuttosto ostile nei confronti della nuova giovane moglie di Maxim, rende il fantasma dell’ex moglie ancora più ingombrante e fastidioso. Rebecca è descritta come una donna affascinante e misteriosa; la sua presenza persistente finisce con il permeare tutta la narrazione.

Nel prosieguo della trama Maxim confessa alla nuova moglie di aver ucciso la sua ex con un colpo di pistola al cuore e poi di aver trasferito il cadavere sul panfilo per simulare un tragico incidente. Emerge, tra l’altro, che Rebecca era una donna ipocrita e falsa, solo in apparenza innocente, e che i due in realtà si odiavano.

Il romanzo si chiude, dopo una serie di sviluppi inaspettati, con l’immagine del ritorno dei due coniugi nel cuore della notte verso la residenza di Manderley, che però vedono avvolta nelle fiamme di un terribile incendio.

La denominazione “Sindrome di Rebecca” è in realtà da far risalire ad un celebre capolavoro cinematografico di Alfred Hitchcock del 1940, intitolato Rebecca, la prima moglie esattamente come il libro. Nel film un vedovo, nonostante si sia risposato, si trova assillato dal fantasma persistente della sua defunta prima moglie. La giovane e nuova consorte, a causa di questa ossessione, si trova a vivere una situazione di frustrazione crescente. La pellicola, ricca di colpi di scena, giunge ad una conclusione drammatica analogamente al romanzo, con elementi di follia ed incendi che lasciano un’impronta indelebile nello spettatore.

Il termine sindrome di Rebecca è stato successivamente adottato per descrivere un fenomeno psicologico del tutto equivalente nella vita reale.

Prima di vedere alcuni esempi e declinazioni concrete della gelosia del passato, ti voglio guidare in un approfondimento delle radici psicologiche della gelosia in generale e delle dinamiche che la alimentano.

Perché si è gelosi di una persona?

Le cause della gelosia sono da ricercarsi in una vasta gamma di fattori psicologici ed emotivi.

Non si può comprendere davvero la gelosia se non si entra nelle dinamiche interiori della persona che la prova.

In prima battuta, la gelosia scaturisce in genere da insicurezze personali, in cui un individuo potrebbe avere paura di non essere mai abbastanza per il proprio partner, con conseguente timore di essere abbandonato o sostituito. Oltre a questo, esperienze passate di tradimenti amorosi o di relazioni finite male possono contribuire ad una predisposizione alla gelosia.

Alcuni soggetti possono sperimentare la gelosia come una risposta ad una scarsa autostima o alla percezione di una minaccia per la propria identità.

Il confronto costante con ideali irrealistici o con l’onnipresente pressione sociale a mettere in mostra una relazione perfetta può anch’esso fornire carburante per la gelosia.

La gelosia è una malattia?

Questa è la vera domanda da porsi e su cui riflettere attentamente.

Il dibattito sull’etichettatura della gelosia come “malattia” è in realtà complesso e soggetto ad interpretazioni contrastanti all’interno della comunità scientifica e psicologica.

Alcuni esperti considerano la gelosia come una risposta emotiva naturale e universale, parte integrante dell’esperienza umana, che può svolgere un ruolo adattativo nella protezione dei legami affettivi e nell’evoluzione delle relazioni.

In ogni caso, nel momento in cui la gelosia diventa eccessiva, irrazionale o interferisce negativamente con la vita quotidiana e le relazioni interpersonali, può essere considerata un sintomo di disturbi psicologici come il disturbo ossessivo-compulsivo (DOC), il disturbo paranoide o il disturbo borderline di personalità (DBP), anche se non viene normalmente considerata un disturbo a sé stante.

La gelosia patologica ossessiva non si limita a causare disagio all’individuo che ne soffre, ma può avere un impatto negativo anche sulla persona oggetto di tale emozione nociva.

In questi casi, la gelosia dovrebbe essere trattata attraverso interventi terapeutici mirati ad esplorare le radici del problema e a sviluppare strategie di gestione emotiva più efficaci.

Insicurezza e bisogno di conferme

Molti problemi e dinamiche disfunzionali che continuiamo a sperimentare da adulti sono legati ad insicurezza e bisogno di conferme e riconoscimento da parte degli altri.

Anche se possiamo esserne solo in parte consapevoli, questa mancanza agisce come una vera e propria voragine insaziabile che ci costringe a mettere in campo azioni, scelte e comportamenti con la finalità più o meno esplicita di essere approvati da chi ci circonda.

Nell’era dei social media questo bisogno trova poi un terreno particolarmente fertile e la persona è condizionata emotivamente dalle cosiddette vanity metrics, quindi dalle condivisioni, dai commenti positivi sotto ai post e ovviamente dai “Mi piace”.

Dietro a tutto questo vi è una neurochimica molto specifica, dove l’approvazione, seppur virtuale, innesca a livello cerebrale i segnali della dopamina, il neurotrasmettitore associato al piacere e alla gratificazione. Il meccanismo alla base si chiama sistema di rinforzo intermittente positivo.

Le radici profonde dell’insicurezza e bisogno di conferme si inseriscono nel rapporto che abbiamo avuto con i nostri genitori biologici. Uno degli obiettivi della psicoterapia è proprio la rielaborazione di questo fondamentale aspetto di sé, con cui prima o poi dovremo confrontarci.

Se non mettiamo a posto almeno fino ad un certo punto il rapporto con i nostri genitori, ci trascineremo avanti difficoltà enormi sia nelle relazioni interpersonali, incluse quelle amorose, che nel rapporto interiore con la dimensione spirituale.

Tutto quel materiale psicologico che abbiamo dovuto escludere dal campo per non mettere a repentaglio il rapporto con i genitori quando eravamo bambini entra a far parte della nostra ombra. Possiamo vedere quest’ultima anche come un grosso contenitore in cui confluisce tutto il materiale rimosso o inaccettabile.

Ci siamo trovati a dover negare dei pezzi importanti del nostro sentire e delle nostre emozioni perché incompatibili con l’attaccamento sicuro.

Tra il sentire autentico e la necessità di accudimento e cura, la scelta è inevitabilmente (e giustamente) caduta su quest’ultima.

L’attaccamento insicuro nell’infanzia: come può minare l’autostima dell’adulto?

Un forte bisogno di approvazione da parte dell’ambiente esterno in età adulta, e quindi un’insicurezza costante, può essere legato anche al cosiddetto fenomeno dell’attaccamento insicuro, che ho trattato estesamente quando ho parlato della solitudine interiore.

Un attaccamento insicuro durante l’infanzia è una condizione in cui il bambino per una serie di ragioni non può sviluppare una fiducia stabile e positiva nelle figure di attaccamento primarie, di solito i genitori o i cosiddetti caregiver.

È come se mancasse un porto sicuro a cui fare ritorno, in cui sentirsi accolti incondizionatamente e indipendentemente dai propri comportamenti.

Nel libro La Teoria dell’Attaccamento, lo psicologo, medico e psicoanalista britannico John Bowlby ha evidenziato l’importanza cruciale delle prime interazioni tra il bambino e la madre per stabilire dei pilastri sani su cui verrà poi edificata la personalità adulta.

Esperienze di incertezza nell’attaccamento possono anche contribuire ad una bassa autostima, a difficoltà nel costruire relazioni significative e al desiderio di cercare sempre l’approvazione degli altri per colmare il vuoto interiore e le carenze emotive dei primi anni di vita.

Quando la percezione del proprio valore non scaturisce dall’interno ma passa dall’ambiente, la persona si trova in una condizione di subordinazione e dipendenza.

Il bisogno di riconoscimento: un vero e proprio tarlo che ci logora da dentro

Il bisogno di approvazione e riconoscimento vincola la propria autostima all’ottenimento di risultati che possano essere visti ed apprezzati all’esterno.

Se vogliamo mettere meglio a fuoco la dinamica, in alcuni casi il bisogno di approvazione ed il giudizio associato discende dal nostro giudice interno che fa tutto il lavoro di controllo.

A questo proposito, dobbiamo sempre ricordare che la vera autostima non può essere legata a qualcosa che si fa, ma solo a ciò che siamo.

Il fare è mutevole e transitorio, l’essere no.

Una bassa autostima, tra l’altro, rende molto più difficile la definizione di sani confini personali e mina la capacità di dire di no agli altri.

La mancanza psicologica ci costringe ad azioni che altrimenti non faremmo mai.

Ci rende meno autentici e più lontani dal nostro vero nucleo.

Ci fa diventare più controllabili e manipolabili.

L’elaborazione di questo bisogno di approvazione richiede spesso un lavoro psicoterapeutico intensivo e di crescita personale.

È fondamentale comprendere i modelli di attaccamento, riconoscere le ferite emotive e costruire un’immagine di sé potenziante ed una consapevolezza emotiva sempre più indipendente dal riconoscimento altrui.

Ridurre il bisogno psicologico di riconoscimento da parte degli altri porta ad accrescere il potere personale e a riavvicinarsi al proprio centro.

La persona che fa discendere da sé stessa la percezione del proprio valore e non dall’ambiente esterno, che quindi “basta a sé stessa”, è molto più magnetica e carismatica.

Dopo questa lunga disamina sul significato psicologico della gelosia, torniamo adesso alla sindrome di Rebecca e alle diverse declinazioni con cui si può manifestare.

Gelosia retroattiva cause

Abbiamo già visto estesamente le radici psicologiche della gelosia nel suo complesso.

Se vogliamo semplificare il concetto, per quanto riguarda la gelosia retroattiva vengono in genere individuate due cause principali: l’insicurezza, con il conseguente senso logorante di inferiorità rispetto alle storie precedenti del partner, e il senso del possesso che approfondirò verso la fine.

Rimane però il fatto che la natura del problema è notevolmente più intricata, coinvolgendo modelli culturali, storici e la stessa percezione individuale del mondo.

Anche se nasce sostanzialmente come una dinamica femminile, la sindrome di Rebecca può interessare entrambi i sessi.

Gelosia retroattiva maschile

La gelosia retroattiva nell’uomo può manifestarsi in modi diversi, con la base comune della costante ossessione per il passato sentimentale o sessuale della propria partner.

Questa dinamica riesce ad avere più forza quando la donna è uscita da relazioni significative o lancia segnali che lasciano intendere di non aver dimenticato del tutto il proprio ex.

A ben guardare, il problema principale che si osserva con maggiore frequenza nell’uomo è il senso di repulsione quando sente di non avere il possesso totale della compagna. Trovarsi in qualche modo a doverla condividere con altri uomini, seppur solo nel proprio percepito, è una sensazione che lo tormenta interiormente.

La sindrome di Rebecca maschile è, infatti, spesso associata alla sindrome di Otello, una condizione in cui un individuo sperimenta una gelosia eccessiva, ossessiva e irrazionale nei confronti della propria compagna, con il timore implacabile di essere tradito.

Queste sindromi, pur avendo radici diverse, possono intersecarsi, creando un terreno fertile per dinamiche relazionali tossiche e dannose.

Gelosia retroattiva femminile

Come abbiamo visto, la sindrome di Rebecca nasce a livello letterario e cinematografico sul versante femminile e nella forma di gelosia nei confronti dell’ex moglie o compagna.

In ogni caso, la gelosia retroattiva femminile presenta alcune differenze rispetto a quella maschile.

Le donne affrontano la relazione in maniera diversa rispetto all’uomo, dal momento che sono molto più guidate ed influenzate dalla loro sfera emotiva rispetto al mentale che invece tiene le redini nel maschio.

La femmina manifesta tipicamente una maggiore insicurezza quando si trova a confrontarsi con le precedenti storie romantiche del partner, temendo di non essere la “migliore”.

La gelosia retroattiva femminile alimenta comportamenti tipici come richieste eccessive di rassicurazione e controllo dei movimenti del partner, fino a sfociare in atteggiamenti soffocanti o possessivi.

È normale essere gelosi dell’ex moglie?

È normale provare gelosia nei confronti dell’ex moglie? La risposta a questa domanda è complessa e dipende da molti fattori individuali e relazionali.

Questa condizione può essere più frequente se l’ex moglie ha giocato un ruolo significativo nella vita del partner o se la relazione passata è stata intensa o, per certi versi, anche problematica.

In ogni caso, è fondamentale distinguere tra una gelosia normale e una patologica.

Se da un lato è normale provare una certa rivalità nei confronti dell’ex partner del proprio compagno, questi sentimenti sono da gestire in modo sano e costruttivo.

Ex moglie gelosa della nuova compagna

In alcuni casi può verificarsi il fenomeno esattamente speculare a quello che abbiamo appena visto, ovvero che la ex moglie sia gelosa della nuova compagna.

Alcune donne tendono a voler mantenere un certo controllo sulla vita dell’ex marito, anche se magari sono state loro stesse a porre termine alla relazione. Qui la gelosia può essere alimentata dal senso di perdita o da una forma di pentimento in relazione al rapporto finito.

Questa situazione complessa finisce molto facilmente con l’alimentare un senso di forte rivalità tra le due donne, in cui la nuova compagna potrebbe iniziare a manifestare una gelosia patologica, aumentando il rischio che la relazione si rovini.

Il rischio di lasciarsi per gelosia retroattiva

La gelosia retroattiva rappresenta un rischio significativo per la stabilità dei rapporti, portando alla possibilità di separazioni o divorzi.

La serie di conflitti e litigi causati dalla sindrome di Rebecca non gestita destruttura la fiducia reciproca e la tenuta della relazione.

È quindi essenziale riconoscere i segnali precoci di questo disturbo e cercare supporto professionale anche per gestire efficacemente i suoi effetti sul rapporto.

La terapia di coppia o individuale rimane lo strumento psicologico d’elezione, anche se è possibile mettere fin da subito in campo alcuni semplici accorgimenti che ti spiegherò alla fine dell’articolo.

Quando la gelosia diventa patologica?

Anche se non è l’argomento centrale di questo articolo, vediamo adesso i principali campanelli d’allarme che possono aiutarci a capire se stiamo soffrendo di gelosia patologica oppure se ne è affetto il nostro partner:

  • nutro un costante sospetto su ogni comportamento;
  • voglio che il partner sia solo “mio”;
  • tendo a controllare ogni sua azione o spostamento e, se non lo faccio, mi vengono pensieri ossessivi;
  • adotto spesso un atteggiamento critico verso i suoi gusti;
  • ho paura di perderlo;
  • metto in campo atteggiamenti persecutori o aggressivi;
  • ho il terrore dell’abbandono;
  • nutro invidia nei confronti di ipotetici rivali.

Il geloso patologico ha un rimuginio ossessivo che ruota intorno alla convinzione che il partner sia infedele. Questo pensiero può scaturire da un evento reale, o quantomeno da atteggiamenti oggettivamente dubbi o borderline, oppure fondarsi al 100% su supposizioni irreali ed illogiche.

Gelosia retroattiva test

Ci sono molti tipi di gelosia e, all’interno di queste diverse tipologie, si riscontrano vari livelli di intensità.

Vediamo adesso un esempio di test e domande che ti puoi porre sinceramente per valutare la presenza e l’intensità della gelosia retroattiva, partendo sempre dal presupposto che alcuni punti saranno in comune con un test generale sulla gelosia.

Leggi con attenzione le seguenti domande e rispondi onestamente, indicando con un numero da 1 a 5 il tuo livello di accordo con ciascuna affermazione. Ricorda che 1 sta per “totalmente in disaccordo” e 5 rappresenta “totalmente d’accordo”.

Per semplicità, le frasi sono declinate al femminile, ma possono essere utilizzate senza problemi anche per il test della gelosia retroattiva maschile.

  1. Se il mio partner lascia il cellulare senza controllo, dentro di me sale irrefrenabile il desiderio di controllarlo.
  2. Ho molta paura che la storia con il mio partner possa terminare per colpa di una delle sue ex che in realtà secondo me non ha mai dimenticato.
  3. Se vedo foto di un’ex del mio partner sul suo telefono, la prima cosa che mi viene in mente è che ci sia ancora un legame sentimentale con questa e che lui mi stia ingannando.
  4. Non riesco a sentirmi completamente sicura nella relazione e ho paura che possa finire all’improvviso.
  5. Almeno 3 volte alla settimana mi vengono pensieri intrusivi su un possibile tradimento da parte del mio partner con una delle sue ex.
  6. Sento continuamente nella nostra vita quotidiana il peso della sua ex compagna, che percepisco come una presenza ingombrante che soffoca il rapporto.
  7. Se potessi cancellare con un solo colpo di spugna il passato sentimentale del mio partner, lo farei immediatamente per iniziare finalmente a vivere appieno la relazione.
  8. Quando mi guardo allo specchio, il mio pensiero va subito all’ex del mio partner e non mi vedo bella e sessualmente attraente come lei.
  9. Se un giorno il mio partner si veste in modo più curato del solito per uscire di casa, penso che voglia fare colpo su qualcuno dal punto di vista sessuale.
  10. Durante i momenti di intimità con il mio partner, continuo a pensare di non riuscire ad appagarlo sessualmente come la sua ex compagna o moglie.
  11. Solo pensare al passato del mio partner mi genera tensione.
  12. Quando il telefono del mio partner squilla, devo sapere immediatamente chi è altrimenti mi sale l’angoscia.
  13. Cerco di sapere ogni dettaglio della vita del mio partner, interrogandolo in maniera martellante finché non mi racconta tutto.
  14. Mi confronto in continuazione con le ex del mio partner per cercare di capire tutto quello che io non ho rispetto a ciascuna di queste.
  15. Se il mio partner mi chiede di passare del tempo da solo, la prima cosa a cui penso è che potrebbe voler iniziare la frequentazione con un’altra donna oppure ricontattare una delle sue ex.

Una volta completato il test, somma i punteggi totali e confrontali con la scala di interpretazione seguente:

  • 15-30: la gelosia retroattiva è presente in misura bassa.
  • 31-45: la gelosia retroattiva è da considerarsi moderata.
  • 46-60: la gelosia retroattiva è elevata.
  • 61-75: la gelosia retroattiva è molto forte e potrebbe iniziare ad integrare tratti patologici.

Ricorda, in ogni caso, che questo test è solo un indicatore generale e non sostituisce un’eventuale valutazione clinica approfondita da parte di uno specialista. Se hai delle preoccupazioni riguardo alla tua gelosia retroattiva o a quella del tuo partner, è consigliabile cercare l’aiuto di un professionista.

Gelosia retroattiva, si può guarire?

Guarire dalla gelosia retroattiva implica necessariamente un’esplorazione delle sue radici profonde, passando dalla sfera dell’autostima e della percezione del proprio valore.

Un percorso di psicoterapia e di lavoro interiore rimane senza dubbio l’approccio migliore ed in grado di portare risultati duraturi.

Tra i vari orientamenti esistenti, la psicoterapia olistica prende le sue mosse dalla dimensione emotiva inconscia del paziente, la zona d’ombra della psiche che raccoglie tutte le ferite non risolte, i vissuti passati oggetto di rimozione e le memorie emozionali dolorose.

Come ho già avuto modo di accennare, l’ombra tiene tutto e per molti versi rappresenta anche la nostra ricchezza e unicità come individui, per quanto molti dei suoi contenuti possano in apparenza farci del male o addirittura mettere a rischio la nostra sopravvivenza.

L’approccio olistico in psicologia arriva poi a considerare anche la dimensione più spirituale del paziente, nel momento in cui il lavoro sui piani della personalità è arrivato ad una quadratura in relazione ad una determinata dinamica.

Il carburante indispensabile della gelosia retroattiva: il senso del possesso

Dobbiamo sempre ricordare che la gelosia, oltre che dell’insicurezza, ha bisogno di un’altra condizione imprescindibile per manifestarsi e alimentarsi: il senso del possesso. Se non percepissimo in qualche modo il partner come “nostro”, non avremmo nemmeno paura di perderlo.

Non si può temere di perdere ciò che non sentiamo come di “nostra proprietà”.

Il senso del possesso è radicato nella nostra personalità e si è affinato durante il suo lungo arco evolutivo. Definire confini precisi, sia fisici che psicologici, è stato fondamentale per costruire il senso di sé come separato dall’ambiente, il soggetto distinto dall’oggetto.

Mantenere un sé isolato è però anche un’inevitabile fonte di sofferenza.

La personalità si alimenta di separazione e di possesso, sentendo in contemporanea di avere tanto da perdere sia sul piano puramente materiale che su quello delle relazioni umane.

Dal possesso e dalla paura di perdere ciò a cui teniamo scaturisce facilmente la gelosia nelle sue varie forme, andando da una gelosia fisiologica ad una dai tratti paranoidi o patologici.

Tre strategie concrete per ridurre l’impatto negativo della gelosia retroattiva

Prima di concludere questo articolo, ti volevo lasciare tre semplici ma efficaci strategie che puoi mettere in campo fin da subito ed in completa autonomia per moderare l’impatto potenzialmente devastante della sindrome di Rebecca sulla relazione:

  1. Comunicazione aperta e non violenta. Favorire una comunicazione onesta e basata sull’ascolto sincero all’interno della coppia contribuisce senza dubbio ad allentare il peso delle ombre del passato e di tutte le insicurezze che ne derivano.
  2. Pratica della mindfulness. La consapevolezza del momento presente aiuta a ridurre l’ansia e la tensione legata alla gelosia retroattiva, consentendo alla persona di fare ritorno alle dinamiche della sua relazione attuale e di godere degli aspetti positivi.
  3. Rinforzo dell’autostima. Inizia a promuovere una visione più positiva di te, concentrandoti su tutti i piccoli e grandi successi che hai ottenuto in ambito sentimentale e relazionale. Riconoscere i propri conseguimenti non è un passaggio scontato né banale, ma inizia ad avviare un cambiamento interiore.

Se percepisci che l’intensità della gelosia è diventata eccessiva e rischia di danneggiare irreparabilmente il rapporto, un percorso di psicoterapia rimane comunque l’approccio d’elezione.


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Foto professionale della Dott.ssa Elisa Scala, medico psicoterapeuta a Novara
Ricevo a Novara e online

Medico psicoterapeuta

Sono iscritta all’Albo Professionale dei Medici dall’anno 2008, ed esercito la professione di Psicoterapeuta sia per mezzo di sedute online (via Zoom o Skype) che in presenza nel mio studio privato vicino al centro storico di Novara.

Perché medico psicoterapeuta?

Associare la Specializzazione in Psicoterapia della Gestalt alle conoscenze e all’esperienza di Medico mi permette di comprendere più aspetti dei disagi interiori delle persone che decidono di intraprendere un percorso di psicoterapia con me.

Questo porta a risultati tangibili per il paziente in termini di salute, benessere e serenità nella propria vita, il tutto in tempi mediamente più brevi rispetto alla psicoterapia tradizionale e senza limitarsi a quella che potrei definire come “terapia dell’ascolto”.

Dott.ssa Elisa Scala, medico psicoterapeuta a Novara